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Incidente sull'Himalaya a scalatore italiano
Posted by fulvio di Giovedì, 17 Luglio 2008 - 07:29 AM (392 Reads)
La notizia è comparsa sul web. Karl Unterkircher, considerato tra i più forti scalatori italiani, è caduto in un crepaccio del Nanga Parbat (Himalaya).
La quota a cui è avvenuto l'incidente, oltre 7000 metri, rende realisticamente impossibile qualsiasi tipo d'intervento di soccorso. I compagni di cordata sono stati costretti, dalle condizioni meteo, a continuare la salita nell'impossibilità di poter prestare soccorso all'amico. Sembra siano saliti più in alto per scendere da una diversa via.
Le ultime notizie e, ancora più importante, i suoi pensieri (che vi permetteranno di capire chi era quest'uomo) sono disponibili...
sul suo sito a questo link questo www.karlunterkircher.it
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Quella vetta mi ossessiona ho paura ma continuerò
(Punteggio: 1)
da fulvio (full@ppcnerds.org)
di 19 Lug 2008 - 12:53 PM
(Info Utente | Invia un msg)
http://www.napoliunderground.org/
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Quell'articolo l'ho letto e riletto più volte e alcune frasi, in esso contenute, continuano a rimbalzarmi nella testa. Si tratta delle riflessioni di un uomo che è cosciente della sfida che sta lanciando alla natura. Noi siamo nati in una savana, è lì che abbiamo mosso i primi passi nella posizione eretta e questo retaggio ce lo portiamo dietro anche dopo milioni di anni. Ci sono ambienti congeniali alla nostra specie ed altri un po' meno. Tra questi certamente c'è la montagna (intendendo le cime più alte), il mare (nelle sue profondità) e anche il mondo sotterraneo.
In ognuno di essi si presentano delle condizioni che varcano la soglia del normale vivere umano: per le profondità marine è la mancanza d'aria e le pressioni immani che bisogna affrontare se lo si vuole esplorare; sulle cime delle montagne i pericoli sono conseguenza della rarefazione dell'aria, il freddo e in generale un clima poco adatto a noi; nelle profondità della terra è la luce l'elemento di cui più sentiamo la mancanza.
La stragrande maggioranza degli esseri viventi consuma inesorabilmente la propria esistenza senza sentire minimamente la necessità di varcare la soglia della nostra nicchia ecologica ma, in uno sparuto gruppo, il richiamo all'esplorazione, la sete di avventura, la particolarissima sensazione di esaltazione quando riesci a superare l'ostacolo prendono il sopravvento sul più elementare istinto di conservazione e spingono ad imprese che gli altri, troppo spesso, non riescono a capire.
Questo atteggiamento non è dettato da un'insana predisposizione al suicidio ma, più semplicemente, deve essere la conseguenza di particolari processi chimici che avvengono tra le sinapsi di alcuni soggetti e che impongono certi comportamenti.
Non a caso in passato singoli esploratori ed avventurieri hanno perpetrato le loro gesta in scenari di diversa natura. Insomma “il tarlo” della curiosità, la sensazione di benessere che si prova con un eccesso di adrenalina in corpo è una condizione innata, o ce l'hai o no!
Sia ben chiaro. Questo non significa minimamente che ti senti superiore agli altri è solo che fai parte di quella categoria di uomini... e non lo hai scelto... è solo così!
La paura nell'affrontare una difficoltà è uguale per tutti, è la decisione immediatamente successiva che varia. Puoi rinunciare oppure rischiare.
Tra le ultime scritte di Karl ci sono alcune frasi che manifestano egregiamente questi stati d'animo.
“...Siamo qui per una missione... quella parete... non mi esce dalla testa”
“...Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c'è la vita”
“...Sono cosciente che l'opinione pubblica non è del mio parere... Se non dovessimo più ritornare sarebbero in tanti a dire: Cosa sono andati a cercare la? Ma chi glielo ha fatto fare? Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama!”
In queste brevi frasi c'è tutta la filosofia di un'esistenza.
Nella prima, la sensazione di ineluttabilità; ti fa paura ma sai che devi farlo. Non riesci a pensare ad altro fino a quando, finita l'azione, potrai assaporare il gusto sottile della supremazia. Sono stato forte, ci sono riuscito.
La seconda, il fatalismo; la consapevolezza della nostra inevitabile breve apparizione su questa terra e la coscienza che un'eventuale rinuncia te la porteresti dietro sino all'ultimo giorno.
La terza, è il condensato di tutta una filosofia. La frase termina con “La montagna chiama!” (è ovvio che non è solo la montagna a chiamare, la stessa cosa vale per gli abissi marini o per quelli terrestri e per tutte le altre esplorazioni). E' la coscienza di essere fatti così. Non riuscirai mai a tirarti indietro. Farai le cose con attenzione, cercherai di prevenire tutti i rischi, valuterai tutte le opzioni ma, alla fine... farai quello che devi fare!
Questa considerazione finale non vuole essere una giustificazione ma è la logica conseguenza di quanto prima esposto.
M
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