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I drammi della speleologia - La nuova serie dal 44 al 53

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Written by Gianluca Padovan   
Wednesday, 13 July 2011 19:07

I Drammi della Speleologia!

Come se non bastassero la Prima e la Seconda, ecco la Terza Parte. Se pensavate che le precedenti storielle o cronachelle fossero sciocche, stolte, grevi ancorché volgari... attenzione, nulla sono confronto a questo: «Fuoriprogrammmma!». Quadriemme sul tema Speleologia (con esse Maiuscola!) & Drammi Sociopoliticoculturali.

La tenue variazione rispetto alle mie precedenti idiozie è dovuta alla colta (?) lettura di un caposaldo della letteratura contemporanea: «Datemi del cemento e vi ci annegherò col mondo», del mefistofelico autore Politica Mafia.

(dove Politica è il nome e Mafia è il cognome o, se più vi piace, lo stato di fatto... tapinacci!)

In questo anno undecimo del secolo ventunesimo (così si balbetta), mi accingo all’opera nel Segno del Falco.

 

Gianluca Padovan

 


 

 

Post Scriptum:

«… se tutti si scrivesse di merda, si avrebbe meno tempo per cagare in testa al prossimo!»

 

Post Post Scriptum:

Nomi, Cognomi, Vezzeggiativi, fatti, luoghi et amenità varie, sono TUTTI, assolutamente, di invenzione o d’onirica ispirazione. Desolatissimo qualora qualcheduno ravvisi verosimiglianze con fatti realmente accaduti. Ce ne si scusa anticipatamente con abbondante aspersione di carburo esausto sul capo. Se poi qualcuno habbia (si, Habbia!) a ché dire, si comporti in modo corretto e tutt’altro che rapace, o stolto, favorendo (e non già impedendo) il lieto e versicolore sviluppo della Speleologia. Quella con la Esse maiuScola.

 

INDICE

44. I drammi della Speleologia: i peti trivellati

45. I drammi della Speleologia: il peto sociopoliticoculturale

46. I drammi della Speleologia: il peto in cattedra

47. I drammi della Speleologia: l’abbassamento dinamico della scoreggia

48. I drammi della Speleologia: la stoltaggine supponente

49. I drammi della Speleologia: prepuzi al vento

50. I drammi della Speleologia: il fischio del culo

51. I drammi della Speleologia: lo scatizzolamerda dabbene

52. I drammi della Speleologia: la scoperta duodenale

53. I drammi della Speleologia: il peto amichevole

 

44. I drammi della Speleologia: i peti trivellati

Quando si parla di «Grandi Opere» assisto a una levata di scudi in ambito speleologico e poco più oltre. Le «Grandi Opere», ve lo dice la stessa parola, tapinacci insulsi!, sono Opere Grandi che fanno grandi. Il fatto che la Speleologia italiana (la «i» doverosamente minuscola) non comprenda la possanza di realizzare faraoniche cave, autostrade tutte nodi et svincoli, passanti ferroviari sempre più ficcanti nel territorio e gallerie a dir poco spaziali, è legata a svariati nonché variegati fattori, da cui ne emerge, però, uno sostanziale. Lo Speleologo Italiano (la «I» doverosamente maiuscola) è un neandertaliano. O, meglio, in lui sobbollono quei caratteri propri o ancestrali della razza neandertaliana, definita brutta, insulsa e cavernicola, nonché sparita una manciata di millenni fa sicuramente in modo misterioso a bella posta per fare felici i nostri studiosi che ci gabellano con amenità coatte pagate, perché sottacerlo, salatissime dai contribuenti. Ma torniamo al punto, o meglio allo scavo.

Se le Alpi Apuane sono belle, la divina mano dell’Uomo può renderle ancora più belle! Che dire della profusione di cave che quotidianamente sbancano dell’insulso marmo per donare un domani, a noi fini estimatori, nonché pindarici esegeti della novella scienza denominata «Speleologia in Cavità Artificiali», degli ottimi vuoti da rilevare e su cui ponderare?

In effetti, perché sottacerlo, talvolta mi domando come mai la totalità dell’umana gente non si dedichi all’indagine di quella carrettata di buchi più o meno maleodoranti e più o meno spisciazzati dai rari frequentatori di turno, che inopinatamente caratterizzano la nostra storia e costellano il nostro sottosuolo. Ma veniamo al dunque!

Forare una montagna è l’affermazione della nostra divinità in quanto fatti a Sua immagine e somiglianza. Da appena uno scalino sotto Dio, dobbiamo quindi dimostrargli che il «Dio Denaro» è in grado di fare qualunque cosa e di lasciarla ai posteri, a testimonianza di un atto civile e socialmente inutile. Già, perché a fare «semplici opere» (notare le iniziali tassativamente minuscole) sono capaci tutti. Ma solo se si è capaci di realizzare «Grandi Opere Inutili», soprattutto ed essenzialmente a detrimento di un patrimonio naturale che è di tutti, si è qualcuno.

Lo Speleoneandertaliano si secca e si dispera se gli si sderena con mine e talpe il monte e con esso la grotta, i sotterranei del castello e il semplice boschetto dove s’inguatta a trombare la corsista nel dopogrotta oppur a sfinirsi di seghe se gli è andata male.

Ma lo Speleoneandertaliano dovrebbe anche capire che questo è il Progresso con la Pi maiuscola. Progresso della mafia in senso lato e in senso, haimé, stretto, in uno stato di fatto (e non in uno stato nazionale che non esiste più da decenni) democratico e coatto. Tenere in ordine un bosco non rende e poi è uno sfarinamento di zebedei. Fare una bella galleriona carrozzabile o un trenino superveloce per consentire a un bidone di vernice oppure a un divano fatto con il cascame di viaggiare a 300 kilometrini orari è una vera conquista. Conquista di una bella fettona di denaro sottratto alle tasche degli imbecilli contribuenti che, a detta della stessa parola, contribuiscono a disfare e insozzare il panorama in cui vivono. Se uno degli aspetti del cosiddetto stato democratico è che all’urna ci vanno tutti, il rovescio della medaglia è che quei pochi ascesi a rango semidivino ci sfilano il portafoglio, imperano al servizio del signoraggio della moneta e sono il «vialibera» per le peggio porcherie ai danni anche della nostra salute.

Lo Speleoneandertaliano dovrebbe poi capire che in Italia (mi sento patriota e la «I» stavolta la vergo grande) non è più una questione di partiti e di colori, ma di un solo partito e di un solo colore, quello dell’oro o, se preferite, quello del denaro. Continuate ad andare sotto terra, a protestare se vi rendono turistica la megagrotta e piangere sul liquame versato in cavità: sarete sempre meno di zero perché non avete capito che l’importante è apparire. Apparire con il macchinone, imbarcare quindi un sacco di grana, cagare impunemente in testa al vostro prossimo. Fatevi due conti e, quando andate in grotta, scoreggiate meno... che i pipistrelli potrebbero aversene a male.

 

45. I drammi della Speleologia: il peto sociopoliticoculturale

L’aver composto la metafisica esegesi del novello tomo dell’opera omnia «Sortilegi & Florilegi», il cui autore è il discusso ancorché incensato o vilipeso Mago Maipago, vi ha donato trenta secondini di notorietà dandovi l’agio di montarvi la testa. Notorietà raccattata persin, mi duole dirlo, in ambito speleologico, ma giusto giusto tra quelle quattro o cinque, ma magari anche sei mezze figurette che ogni tanto vi accompagnano in cantina quando spillate caraffate di quel metanolo colorato di rosso che v’ostinate a gabellare per vino. Ma veniamo ai fatti.

In alcune foto trovate su internet ravvisate la presenza dei primi culti cristiani testimoniati da «glifi» (oppur triglifi?) che a detta (solo) vostra sono scolpiti in un acquedotto ipogeo del Piemonte e non (solo) nelle catacombe di romana memoria. La comparata lettura del «De laude novae militiae» et dell’intera collezione del «Lando», chiaramente in vostro possesso, vi forniscono poi l’ermeneutica prova dell’esattezza della Vostra illuminazione (o illuminatezza). Ma questo non sarebbe bastante a creare la notiziona del terzo millennio e vi aggiungete pure le impronte lasciate a seguito delle persecuzioni agli Albigesi, la crociata contro i Catari e, tanto per donare al beota lettore l’orgasmo misterico, persin le tracce della caccia ai Templari.

Accecato dalla vostra stessa burbanza, programmate una temeraria escursione alla volta dell’acquedotto, che a quota duemila metri sovrasta la Valle di Susa. Ma avete fatto i conti senza l’oste, nel senso che la serata d’arrivo e di raccoglimento catartico all’hotel, in vista dell’impresa che in tre durissime e lunghissime orette di marcia dovrebbero portarvi all’imbocco dell’ipogeo situato sotto la Cima Quattro Denti, si trasforma in una ribotta pantagruelica. Dopo aver passato il fine settimana a vomitare anche il buco del culo nella vicina stalla (l’albergatore vi ha cacciati a malepedate), vi risolvete a riaccendere internet e a riguardarvi la teoria di bassorilievi fotografati all’interno del condotto, ma senza leggerne con attenzione le didascalie, le quali vi avrebbero edotto sull’inquadramento nell’orizzonte cronologico. Essendo dei primi del XVI (Sedicesimo) secolo (praticamente dopo l’anno zero e non prima, stoltissimo!) la pregevole opera idraulica, che si sviluppa scalpellata a manina per circa quattrocento metri nella nuda roccia, non può avere ospitato né i presunti primigeni cristiani sfuggiti al Circo, né il povero e chiacchierato Giacomo di Molay e tantomeno le raffigurazioni in bassorilievo del Bafometto, ravvisate nei volti anch’essi scalpellati sulle pareti dell’opera.

Se non altro, le vostre solipsistiche elucubrazioni, vòlte alla conferma delle azzeccatissime teorie, accompagnate dalla frenetica compilazione di chilometrici appunti vergati sul retro della carta argentata riciclata a Natale, daranno l’agio a vostra moglie di farsi trombare allegra et indisturbata dal postino (che non la bussa solo due volte).

 

46. I drammi della Speleologia: il peto in cattedra

Avete chiamato un gruppetto di ciambraconi impenitenti e tapinamente dediti allo studio delle cavità artificiali affinché vi dicessero se, effettivamente, esiste la luna in fondo ai pozzi venuti alla luce nel corso degli scavi archeologici. E così gli speleologi, un fausto giorno, giungono sullo “scavo” armati di tutto punto per quanto – perché sottacerlo – apparentemente “male in arnese”.

Alla domanda «qual’è il terreno geologico» avete prontamente risposto «tufo!» facendo capire subito agli strani figuri con chi stavano trattando. E, difatti, trattavasi nientepopòdimeno che di calcare! Il resto ha fatto solo imbestialire voi, in quanto rutti e scoregge non sono stati risparmiati in alcun angolo del sottosuolo della eccezionale nonché venerata, ancorché ambita et semplicissimamente unica area archeologica... Vostra! (???) Ma quando avete cercato furbescamente di sottrarre ai presunti ottusi i dati scientifici frutto delle loro indagini, invece di pubblicarglieli coi loro nomi (seguiti da quello del Gruppo Speleo d’appartenenza) come giusto e ancorché come concordato, avete ricevuto una bella palata di merda sul muso. Che a distanza di vari lustri o lustrini ancora puzza.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio (benché qui si stia parlando di un peto). Gli Speleologi perdono la calma, ma non il loro lavoro e così vi apprestate, nell’indole abigea, a riceverne una seconda. Di sugosa palata di merda, ovviamente!

 

47. I drammi della Speleologia: l’abbassamento dinamico della scoreggia

L’indiscussa vostra conoscenza dell’indole umana vi ha portati a considerare che se a un coglione incapace e supponente, invece di dargli una carica di calci nel culo e cacciarlo dal Gruppo Speleo, gli date una bella carica, ovvero un posto di prestigio (e non di prestigiatore, perché quello è vostro) ne otterrete un servo fedele che supinamente seguirà ogni vostra direttiva.

Questo permetterà a voi di fare il puparo, lasciando al pupo, o pupazzo, il compito di fare manbassa delle opere d’ingegno che ogni tanto, ma sempre meno, qualcuno del Gruppo Speleo mette in campo.

Nessuno si accorgerà che, pian piano, ma neanche poi tanto, il vostro gruppo subirà un bell’abbassamento di tono, a benefizio del cialtrone che da dietro le quinte vi comanda, vi spreme e pure vi sbeffeggia. Complimenti, non c’è che dire, bella carriera!

 

48. I drammi della Speleologia: la stoltaggine supponente

Abbiamo affidato a voi, con mani tese e nell’anelito della più chiara e spassionata comunicazione, i frutti dei nostri studi, delle nostre esplorazioni e delle nostre fatiche speleologiche. Ma, accidenti, pure stavolta noi non abbiamo capito in che razza di mondo viviamo.

In realtà a voi non solo interessa guadagnare sulle nostre fatiche, trattandoci come dei semideficienti perché crediamo nell’importanza della cultura e della sua diffusione, ma vi siete pure approfittate della nostra dabbenaggine. Tiranneggiati dalla vostra redazione che lavora in modo decisamente approssimativo ci siamo dovuti scontrare con la più palese intenzione di applicare sempre e comunque l’adagio “poca spesa, tanta resa”, nel senso che a parte la stampa che farebbe cagare a spruzzo qualsiasi persona dotata di buongusto, badate solo a spedire fuori il prodotto stampato con la minore perdita di tempo, a discapito della più chiara e scontata precisione. Eppure siete pagate per lavorare e seriamente, nonché, ma forse non è nemmeno il caso di dirlo, onestamente.

E, onestamente, noi si penserà, per il futuro, di darvi da stampare una bella pizza di merda fresca di vacca sulla vostra facciona a culo di suino piuttosto che passarvi un’altra opera d’ingegno speleologico.

 

49. I drammi della Speleologia: prepuzi al vento

Come lupi affamati sulla pista dell’alce vi siete lanciati nel sottosuolo della vostra città esplorandone quasi ogni recesso. Il “quasi” è la porta innanzi alla quale persin il più magro et ardimentoso ha gettato la spugna! Avete scattato talmente tante foto da parere i giapponesi finalmente in gita dopo aver passato 44 annetti filati (persin la domenica pomeriggio) nella fabbrica di transistor. Le biblioteche e gli archivi li avete affrontati come Janez de Gomera si lancia all’assalto al fianco del Sandokan di salgariana memoria e cercate di documentare il tutto per poter offrire alla cittadinanza vostra una signora mostra degna delle sue origini vetuste.

Il vostro Progetto (si noti la Pi maiuscola), consegnato a chi di dovere, manco a dirlo giace ora nel fondo di un cassetto che pare la cassaforte per tenerci la polvere dei secoli, eppure, guarda guarda, qualcosa si muove. Una simpaticherrima organizzazione vi contatta perché sta organizzando una mostra sul sottosuolo della città, ma necessita di due cose fondamentali: 1. le vostre foto; 2. la vostra opera d’ingegno scritta. Ovviamente, manco a dirlo, in quanto sono “Organizzatori” (stigrancazzi, direbbe un toscano!), il tutto dev’essere a titolo speleologicamente gratuito. Loro, intanto, non mollano nemmeno un peto se non dietro congruo compenso.

Con il vostro solito sorriso da ebeti vi recate alla riunione per presentarvi et definire il tutto, vestiti ammodino e pure pettinati (si, quei quatto peli grigi che avete sulla crozza). Vi mettete in fila lungo il lato del tavolone in mogano massiccio e all’atto pratico, quando vi si chiede (e gratuitamente) il materiale, scattate sull’attenti e dalle patte prontamente al vento estraete e sbattete sul legno presidenziale le vostre fave lunghe e dure esclamando: «E oltre alle nerchie, se volete, vi mostriamo una fettina del nostro culo e cachiamo a spruzzo nell’ascensore!», quindi concludete degnamente la partita con un peto da guinnes dei primati emesso dal vostro beneamato presidente dell’Associazione Speleologica.

 

50. I drammi della Speleologia: il fischio del culo

Se da un lato siete tosti nello seminare le corde in ogni grotta che vi viene a tiro, lasciandole poi lì a beneficio di ghiri, diplopodi ed acari, dall’altro siete spettacolari organizzatori di corsi (già, perché le corde costano, e non poco!).

Imbandite quindi corsi d’introduzione alla speleologia (esse rigorosamente minuscola), corsi di speleologia vera e propria, corsi di apprendimento della speleologia, corsi sui ripassi speleologici del dopocorso, e via così.

Ed ogni gabellato corsista sborsa una cospicua cifretta di denaro per poter diguazzare liberamente nella mota, farsi imbragare e calare nei peggiori buchi del culo apparecchiati dal Calcare appositamente per fargli scontare duramente la permanenza acritica sulla Madre Terra. Ad ogni corso ecco una valigiata di euro finire nelle casse del gruppo speleo per comperare nuove corde... e via che il ciclo pernicioso riprende!

Peccato che, pur d’imbarcare fino all’ultima monetina, siete disposti a fare il corso e poi a tesserare tutti, ma proprio tutti, persino i tripponi, quelli dalla silhouette pari ad un pallone da spiaggia con le caviglie.

Se i chiodi degli armi non cederanno e se le corde terranno, dovrete solo preoccuparvi di fare fischiare col culo chi s’incastra, nella speranza che si sgonfi e non vi tocchi utilizzare il piede di porco e la vasellina per stasarlo dalla strettoja.

 

51. I drammi della Speleologia: lo scatizzolamerda dabbene

Il sorriso dabbene stampato sulla faccia rubizza vi fa unanimamente considerare un personaggio simpatico ancorché curioso. Limitato dallo scudiscio casalingo nell’attività speleologica di punta, condotta e conchiusa nelle parti liminali delle poche grotte che voi avete calcato facendo la punta al lapis per tracciare uno sghembo rilievo speditivo, ha fatto di voi un elemento insoddisfatto.

Tale fattaccio, o fatterello, ovvero la vostra personale insoddisfazione, ora si accompagna pure alla sottaciuta e ben mascherata indole insoddisfacente. Desiderando pure voi dire la vostra in un ambito, diciamolo pure, tranquillo, serafico, magari accomodante e ultimamente un po’ comodo, imperversate con le vostre news. Sospetto giornalista, o cronachista, o necrologista mancato, pensate di illuminare la supposta non conoscenza mediante notizione e notiziari. Belle e lodevoli iniziative purtroppo lese da vizi di forma quali, ad esempio, la vostra propensione ad avere quanto più a lungo possibile la lingua asfaltata di merda.

Chissà perché, pure voi (!), soffrite della sindrome «pacca sulla spalla», ovvero quella malattia che induce taluni a ricevere una affettuosa (ancorché spesso falsa) approvazione da colui che, a torto o a ragione, è definito il potente di turno mediante riconoscimento verbale o, per l’appunto, con la classica «pacca» data a mano aperta sulla spalla. E, se la pacca non è la sua, v’accontentate e gioite di quella che possono elargire i suoi accoliti sottoposti.

A conti fatti siete un altro dei tanti peti che sotto l’Arco di Trionfo della Speleologia con la Esse Maiuscola cerca una giustificazione all’aria che respira e alle scoregge che maleolentemente molla.

 

52. I drammi della Speleologia: la scoperta duodenale

Versatissimi nella speleoallergia, state sommergendo il mondo speleologico mondiale (solo a detta vostra) con le vostre personalissime elucubrazïoni riguardanti le altrui esplorazioni nonché mediante le vostre più brillanti intuizïoni sulle altrui scoperte.

...Ammantandovi costì di parte dell’aureo mantello che giustamente spetta, invece, a chi attività esplorativa e divulgativa la fa.

Per i tapinastri che non lo sapessero, oppur non lo supponessero, la speleoallergia è quella sottaciuta branca della Speleologia che accomuna coloro i quali si cagano in braghe alla sola idea di andare sotto terra, ma soggiacciono al tristo desiderio di essere accettati nell’ardimentoso et variopinto Olimpo Speleologico.

Pertanto, come enunciato in ouverture, i pidocchi cercano così di farsi passare per audaci pensatori et scopritori delle verità arcimboldiche e delle oniriche elucubrazioni, ma il risultato è che talvolta surclassano le vere e proprie sane esplorazioni e le autentiche scoperte, riscuotendo larga audience o odiens. E il motivo semplice, ancorché perennemente taciuto, è che nel mondo alberga larga schiera di essenze vitali le quali sono alle prime armi con il panorama materiale (la teoria della nascita, morte e reincarnazione di buddistica dottrina) e risultano, o possono risultare, assolutamente dei coglioni agli occhi dei profani.

Ma tali venditori di flatulenze a tradimento li si accetta senza remore in quanto la loro ferma et asseverata funzione sociale è di attirare seco scoregge loro pari, generalmente rappresentate da elementi per lo più insospettati et insospettabili, chiarendo così, all’Olimpo Speleologico, quali siano gli stolti da cui tenersi alla larga.

 

53. I drammi della Speleologia: il peto amichevole

Col sorriso accattivante e colto, nonché con l’occhio da triglia, sapete ingraziarvi il prossimo e pure tacchinare qualsiasi femmina che passi a vostro tiro. Ma, fino a qui, nulla di male. Cio’ che funziona meno bene è il vostro fare da amicone con cui girellate tra Nord e Sud Italia per recuperare informazioni riguardanti sia grotte, sia cavità artificiali: poi vi ci fiondate fregandovene se già qualcuno (e per l’esattezza quello che vi ha un po’ ingenuamente fornito l’informazione) ci sta conducendo l’attività. In pratica cercate d’inculargli lavoro e gloria.

Ma più il tempo passa più rimanete solo, perché anche i più duri di comprendonio vi hanno scaricato e la notorietà non solo vi accompagna, ma pure vi precede. Nonostante il sole che prendete, tra un tentativo e l’altro di fregare il vostro prossimo speleo, rimanete con un colorito verdognolo, ovvero il tipico colore dell’invidioso. Oramai non ci resta che tenerci alla larga dalla vostra trista e sempre più spiacevole figura, come si fa con chi scoreggia a tradimento ad ogni piè sospinto.

 

Qui è disponibile il PDF con le puntate precedenti.

 

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