• Trekking

  • Speleologia carsica

  • Speleologia urbana

  • Storia ed archeologia sotterranea

  • Ricerche

LogIn

Who is online

We have 101 guests and no members online

Statistics

Users
72
Articles
1792
Articles View Hits
2991169

Topic-icon Question Campo Braca, la storia infinita

More
3 years 5 months ago - 3 years 1 month ago #28 by NeandertalMan
NeandertalMan created the topic: Campo Braca, la storia infinita
Questa è la storia della nostra personale esplorazione della Grotta di Campo Braca. Il post originale risale a circa quindici anni fa (intorno all'anno 2000) ed è stato più volte aggiornato con nuovi capitoli. Nei prossimi giorni proverò a raccontarvi delle ultime uscite in compagnia di nuovi amici.
Buona lettura.


Campo Braca; tutto cominciò una decina di anni fa quando due vecchi amici, appassionati di trekking e passeggiate nella natura, mi raccontarono di una grotta sul Matese che avevano trovato durante una loro escursione di qualche anno prima. A quei tempi io mi interessavo esclusivamente di cavità artificiali, attività che svolgevo da diversi anni nel sottosuolo napoletano che è ricchissimo di antiche cave sotterranee, acquedotti abbandonati e vecchi ricoveri antiaerei della II guerra mondiale.
Avevo anche visto qualche piccola grotta naturale ma le mie esperienze nelle cavità carsiche erano limitate ad alcune grotte in prossimità del mare nelle aree di Palinuro e Sapri, praticamente orizzontali e di scarso sviluppo. Le prime esperienze, se così si possono definire, le avevo fatte durante i periodi di vacanza in solitaria e senza nessuna attrezzatura specifica. Queste condizioni, non certo ideali, mi avevano consigliato a non spingermi oltre. Ma la curiosità restava alta.
Così quando seppi di questa grotta e della disponibilità ad organizzare una passeggiata in montagna con puntatina speleologica non me lo feci ripetere due volte.
Dopo qualche giorno, con famiglie al seguito (tanto doveva essere solo una bella scampagnata), organizzammo l’escursione.
Secondo i ricordi dei miei amici l’ingresso della grotta si apriva in una vallata di cui, visto il tempo trascorso dalla prima e ultima volta che c’erano stati, non erano certi di ricordarne sicuramente nemmeno il nome, “Campo Rotondo” o “Campo Braca”, e l’accesso era costituito da un facile pendio che dolcemente degradava sottoterra. L’antro si sarebbe poi sviluppato in orizzontale fino a raggiungere un lago sotterraneo.
La cosa aveva scarsa importanza perché, in fondo, doveva essere solo la scusa per una giornata nella natura. Una vocina mi aveva suggerito di portarmi gli imbrachi, un paio di corde e alcune scalette d’acciaio: non si sa mai cosa si trova!
E così partimmo di buon ora in una bella domenica di primavera. Tre auto con le rispettive famigliole s’inerpicarono su per la montagna lungo i tornanti che conducono al lago Matese.
Le prime difficoltà iniziarono proprio lì. Nessuno ricordava con certezza la strada da prendere così, tra “…un forse è quella” e un “…no certamente è quell’altra”, ci ritrovammo sul bordo di un ampio pianoro, circondato dai monti, con mucche al pascolo, pastori e cani al seguito. Chiedemmo un paio d’informazioni e fu così che scoprimmo che eravamo arrivati a “Campo Braca”.
Lo spettacolo era da favola: nella bruma del mattino la catena dei monti del Matese faceva da cornice ad un enorme prato e lì al centro un antico fontanile, con pompa a mano, era la stazione di servizio dove i quadrupedi potevano fare il pieno a inizio e fine giornata.
Non essendo sicuri di niente, e quanto meno che quella fosse la valle giusta, decidemmo di aprirci a ventaglio per coprire il massimo del territorio possibile. La ricerca di quel fantomatico ingresso che assumeva, sempre più, le caratteristiche di una saga celtica… ci mancava solo che spuntasse mago Merlino!
Le donne, e non solo (qualche “sfrantummato” con la scusa che bisognava proteggere i più deboli si era aggregato alla compagine più indifesa, manco stessimo nel Mato Grosso!), con la ciurma dei ragazzini si occuparono di setacciare il pianoro centrale mentre gli ardimentosi si spingevano lungo i dolci pendii alla base della naturale muraglia che incorniciava l’area.
Fu da questo gruppo che dopo qualche tempo si levò la voce.
“Hoeee…hoeee! Trovatolo! Salite per quel sentiero!”
Fu come a Pamplona: una carica di assatanati risalì il crinale e ci volle non poco per stopparli prima che finissero… dentro un enorme buco! E si perché, a differenza di quanto affermato da quelli che l’avevano già visitata, nessun lieve pendio che dolcemente s’insinua nella terra ci avrebbe condotto nelle viscere della montagna ma un’orrida voragine, vagamente ad imbuto, larga tre o quattro metri e profonda chissà quanto, si parava tra noi e l’avventura.
“Ma la grotta non è questa!” Furono le prime parole che le nostre improvvisate guide proferirono a tal vista. A questo punto la cosa non assumeva alcuna rilevanza, anzi, la sorpresa sortì in me l’effetto contrario. Avevamo trovato una grotta, c’era un bell’abisso nero e nessuno sapeva altro. Quale migliore modo d’iniziare la giornata?
Finalmente potevo, per la prima volta, utilizzare le mie attrezzature in un buco che non aveva origini umane. Era eccitante, quasi meglio di un incontro amoroso… va be’, forse ora sto esagerando, però ormai non stavo più nei panni.
Le corde c’erano, gli imbrachi pure, le scalette per gli altri le avevo portate… non ci fermava più nessuno.
Trovai un grosso masso su cui assicurare la corda, un rimando ad un vicino albero, un nodo di sicurezza sul capo opposto della cima e la matassa volò nel buio. Subito dopo una seconda corda ancorata ad un altro masso affiancò la prima, ci avrei applicato lo shunt. Due corde sono sempre meglio di una e mi faceva sentire più sicuro, del resto quella della doppia corda era la tecnica che usavamo con le artificiali. Seguirono le scalette, ne montai tre sezioni da dieci metri. Non avevo la più pallida idea di quando fosse fondo ma sperai fossero sufficienti, del resto l’eco di rimbalzo del solito sasso tirato dall’alto faceva presagire almeno un ripiano a una ventina di metri, poi si sarebbe visto…
La discesa sulla corda, con il senno di poi, non era delle più ortodosse. Nei pozzi delle artificiali è un problema che non si presenta mai, quando scendi la corda a cui sei assicurato non urta mai da nessuna parte, il pozzo può essere profondo anche settanta metri, ma è sempre perfettamente verticale e le funi o restano addossate alla parete o non la toccano assolutamente per l’intera discesa. Qui la situazione era diversa. Dopo i primi sei o sette metri di parete inclinata (vi ricordate che vi avevo parlato di un imbuto?) la pendenza cambiava bruscamente prima mettendosi in verticale e successivamente con un’inclinazione speculare a quella sovrastante. Nella realtà era come scendere in una clessidra. Questi cambi d’inclinazione obbligavano la corda a strusciare sulla parete in alcuni punti e la cosa proprio non era bella da vedere ma, come si dice, “o bere o affogare”, a quel punto non sarei tornato indietro nemmeno se fosse sceso il Padreterno a dirmi che quella cosa proprio non andava fatta. Sarà stata la corda nuova, sarà stata la grotta che ha subito cominciato a volermi bene, sarà stata solo fortuna e se ora ve la racconto significa che mi è andata bene.
Oltrepassata la strettoia (per modo di dire), dai quattro metri iniziali il punto più stretto passava a due metri, uno sguardo verso il basso prima e alle mie spalle dopo mise in luce una grossa stanza con alla base una ripida conoide di detriti si perdeva nel buio. Il fondo era a circa dieci metri, la forma pressoché sferica, l’ambiente non mi parve per niente ostile. Giù senza pensarci oltre! Una decina di secondi e i miei piedi cercarono l’equilibrio sul franoso ed incerto pavimento.
Prima di liberarmi dalla corda con un potente faro cercai di rendermi conto della situazione e, una volta certo che non ci fosse il pericolo di scivolare più in basso, sganciai prima il discensore e, in sequenza, lo shunt dalla seconda corda.
Ero dentro. La mia prima vera grotta naturale e fatta senza l’accompagnamento di nessuno che potesse indicarmi i suoi misteri! Non so se riesco a spiegarmi: se volessi fare un paragone, ma i ricordi non sono proprio nitidi, anzi a dire il vero non mi ricordo proprio, la sensazione dovrebbe essere molto simile a quando un bambino, conquistando la posizione eretta, muove i primi incerti passi ed è cosciente (inconsciamente) che un nuovo mondo si apre al suo cospetto.
Uno sguardo più attento, aiutato dagli occhi che si stavano abituando all’oscurità circostante, mi presentò un passaggio che sul fondo accennava ad una prosecuzione. Dovetti reprimermi non poco, meglio aspettare qualcun’altro, d’ora in avanti la cosa si faceva sempre più misteriosa e… non si sa mai.
A gran voce comunicai a quelli sopra che la grotta proseguiva e di calare i sacchi con le altre corde, scalette e chiodi. Dopo qualche decina di minuti tutto il materiale era alla base della prima stanza seguito prima da Nando e successivamente da Enrico, i due fratelli che mi avevano dato questa opportunità.
Il loro abbigliamento, ma tanto ormai si è capito che quel primo giorno eravamo peggio dell’Armata Brancaleone, non era proprio da speleo incalliti. Uno dei due aveva addirittura i sandali ai piedi ed un bermuda come pantalone (alla fine della prima giornata uscì come Santo Lazzaro, aveva una tale quantità di lividi e graffi che sembrava avesse intrapreso una disputa con un gatto inferocito).
In tre, raccolti i sacchi, ci calammo nello stretto e franoso meandro che, serpeggiando, s’inabissava verso il basso. Ci impiegammo non più di cinque minuti e, tra una capocciata (i miei due compagni erano anche senza casco) e un’imprecazione, raggiungemmo un terrazzino che, con un salto di sette-otto metri, dava accesso ad una seconda sala dove si vedeva, dall’alto, un corso d’acqua che lentamente si perdeva in un anfratto.
Cercammo un idoneo ancoraggio; ci venne in aiuto un anello naturale che proprio sull’orlo del salto si era formato nella parete. Una fettuccia, un moschettone per bloccarla e subito una scaletta fu srotolata. Pochi minuti e avevamo raggiunto quello che per gli anni successivi restò il nostro livello di conoscenza della grotta. Alla base, proprio accanto alla fenditura dove spariva l’acqua, un cunicolo fangoso ci invitava a proseguire.
Il cunicolo prima basso ma ampio in un secondo tratto diveniva molto alto ma abbastanza stretto da costringerci a estenuanti contorsioni e complicate manovre per trascinarci dietro i sacchi, ma risultò, alla fine, superabile e, dopo una stretta curva a destra e lo scavalcamento di un grosso masso, si aprì in una stanza il cui pavimento scivoloso era completamente ricoperto da uno spesso strato di fango.
L’ambiente non ampio, ma molto alto, improvvisamente s’abbassava sul fondo e, dopo un ulteriore passaggio in leggera pendenza, ci ritrovammo sulle sponde di un piccolo ma profondo laghetto sotterraneo.
Per quel giorno la nostra avventura finiva là. Non eravamo attrezzati per andare oltre e, momentaneamente, ci sentivamo paghi per l’avventura vissuta.
E’ comunque opportuno precisare che sin dalla prima volta nella grotta trovammo gli inequivocabili segni di precedenti esplorazioni: spezzoni di corde, nomi scritti con il fango sui muri, montagnelle di carburo esausto ci informavano che certamente non eravamo stati i primi ma poco c’importava. Non avendo alcuna informazione per noi era come esplorare una grotta vergine.
Ritornammo sui nostri passi, recuperammo tutto il materiale e, un’oretta più tardi, rivedemmo la luce del sole.
L’esperienza era stata entusiasmante. Forse, anzi certamente, non eravamo stati un esempio di prudenza, ma l’avventura è l’avventura e noi l’avevamo raccolta e vissuta a piene mani. Già durante il viaggio di ritorno in auto la sera, mentre cercavo di fare ordine nei miei pensieri su quello che avevo visto e sulle possibilità di andare oltre, la mia mente era impegnata all’organizzazione della successiva esplorazione.
Da quel giorno Campo Braca ha segnato la mia vita. Ho visto altre grotte ma quella è rimasta comunque un posto speciale, di anni ne sono passati ma “lei” prendendo confidenza con me, pian piano si è sempre più aperta svelandomi lentamente ma con costanza mille e più segreti.
Per il momento finisce qui ma, e questo lo avrete già capito, è solo la prima puntata di una lunga storia che mi trascinerà nel fondo e, allo stesso tempo, mi aprirà nuovi a orizzonti.

Negli anni successivi, e oserei dire ancora oggi, le nostre visite alla grotta si sono succedute senza una cadenza preordinata e con nessuna intenzione di affrontare con maggiore impegno l’esplorazione della grotta. Erano gli anni in cui Napoli Underground ancora non esisteva né come sito né come gruppo e la compagnia dei giovani, si fa per dire, esploratori variava costantemente.
I gruppi si formavano talvolta esigui altre più numerosi ma lo spirito che animava quelle uscite restava relegato ad una pura e semplice azione ludica. Ormai i villici, sempre presi dal loro lavoro di custodia degli armenti, cominciarono a familiarizzare con i nostri volti e, sempre con maggiore frequenza, s’intrattenevano con noi discorrendo sulla vita della valle, ma appena la confidenza cominciava a prendere il sopravvento trovarono il coraggio di domandare cosa mai ci fosse di tanto interessante da spingere questa mandria di cittadini nelle viscere della montagna. Per loro, abituati ad indirizzare le loro azioni esclusivamente nella quotidianità del lavoro del pascolo, pareva inconcepibile rischiare, affaticarsi e spender soldi e tempo solamente per il puro divertimento di farlo. Attraverso i loro racconti avemmo la conferma che la grotta, almeno in passato, era stata frequentata da altri gruppi, che c’era anche un secondo ingresso (aperto artificialmente o forse solamente allargato in occasione di una ripresa cinematografica (?) fatta alcuni anno or sono) e che era parecchio tempo che nessuno la frequentava.
Certo non dovevamo dare l’idea di una equipe particolarmente professionale: le nostre attrezzature erano abbastanza arrangiate, il gruppo variegato ed incostante era spesso composto da scalcinati elementi a volte con figli al seguito e, a volte, cani al guinzaglio.
In questo periodo proprio per il fatto che il variegato gruppo era composto da persone che solo occasionalmente, o addirittura mai più, avrebbero affrontato una tale situazione non era individualmente dotato di attrezzature idonee all’attività speleologica. Solamente un paio di noi, quelli che a Napoli praticavano speleologia urbana, era in possesso di un sacco personale (con imbrachi, maniglie, discensori ecc.) mentre tutti gli altri spiccavano per le loro attrezzature estemporanee (caschi da moto o da cantiere, impianti illuminanti di vario tipo e genere, abbigliamento indefinibile). Con una tale organizzazione la sola discesa nel pozzo d’ingresso, che per la stragrande maggioranza avveniva grazie all’uso di scalette di acciaio, diveniva un’impresa mastodontica che assorbiva moltissimo tempo e questo fattore, unito al fatto che la partenza della mattina (da Napoli) avveniva sempre con molto comodo, (quello classico degli scampagnaioli) comportava che quando finalmente l’ultimo aveva posato i piedi sul pietrame della prima sala era già l’una passata.
A questo punto era necessario organizzare la mandria, assicurarsi che nessuno, colto da irrefrenabile fregola, s’avventurasse in una estemporanea fuga in avanti, e quindi iniziare la visita.
Il secondo salto, benché meno profondo e anche per l’esiguità dello spazio, costava una nuova oretta tra armo, calate in sicura e spiegazioni di come affrontarlo.
Il meandro fangoso con la saletta terminale diventava una nuova avventura ma in questa occasione eravamo noi (quelli che già c’erano stati) a creare l’inghippo. Quasi alla fine del cunicolo, prima che svoltando a destra e superando un masso sbucasse in un alto ambiente, sulla destra e a terra un basso passaggio alto circa 30/40 cm, inondato di fango, per circa 7/8 metri proseguiva diritto per, poi, svoltare repentinamente a sinistra e, finalmente, sbucare nella sala. Era il nostro goliardico battesimo per i neofiti. Li facevamo infilare tutti nel cunicolo, gli davamo le indicazioni e quando l’ultimo era entrato, facevamo i restanti pochi metri del cunicolo principale, scavalcavamo il masso e ci piazzavamo, al buio, d’avanti all’uscita. Dovevi trattenere le risate nel sentire le imprecazioni provenienti dal buco: “Che schifo tutto questo fango.” – “Ma quando finisce?” – “Muoviti o levati d’avanti che voglio uscire.” Non vi dico le risate quando, alla fine del percorso, usciti infangati come dei maiali che hanno appena finito di grufolare, si ritrovavano lì, ai nostri piedi, che li guardavamo con infinita “cazzimma”.
Tutto questo faceva parte del gioco perché, comunque, di gioco si trattava. La nostra visita finiva sulla sponda del laghetto sotterraneo anche se un paio di volte i più “arditi” di noi si erano spinti su per un condotto inclinato che, proprio sulla sponda del laghetto, saliva verso l’alto.Quel passaggio aveva attratto la nostra attenzione anche perché da lì pendeva una vecchia corda ad indicarci precedenti e misteriose esplorazioni.
Per chi ci veniva la prima volta l’avventura si dimostrava appagante ma per quelli che come me l’avevano già vissuta diverse volte, quell’insuperabile piccolo bacino d’acqua cominciava a dare sui nervi. Dovevamo trovare una maniera di andare avanti e quella in alto sembrava proprio la strada giusta.
Tutte queste uscite, anche se limitate alla prima parte della grotta, ci stavano, piano piano, facendo acquisire una sempre maggiore familiarità con l’ambiente ipogeo naturale. La nostra esperienza maturava lentamente ma inesorabilmente.
Fu alla fine di una torrida estate (settembre se ricordo bene) che durante una visita avemmo la piacevolissima sorpresa di trovare il “maledetto laghetto” completamente asciutto, non un solo filo d’acqua ci impediva il passaggio. Non eravamo preparati ma tanta grazia di Dio non si poteva ignorare. Anche quella volta il gruppo era composto da diverse persone tra le quali anche il figlio (10 anni) di uno dei nostri amici. Ci fiondammo nella galleria e, per la prima volta, i nostri occhi poterono ammirare quello che per anni ci era stato precluso. Percorremmo il letto asciutto di un fiume per qualche centinaio di metri, le pareti erano completamente concrezionate, drappeggi calcidici, stalattiti e stalagmiti, vaschette che sembravano delle acquasantiere fecero la felicità dei nostri occhi. Dopo uno stretto passaggio in una zona di fango eroso, ai nostri lati due muri di argilla dello spessore di parecchi metri e un basso condotto, sbucammo in una grossa sala ostruita: due grossi massi, venuti giù dalla volta, impedivano il passaggio! Demmo uno sguardo all’orologio, dovevamo tornare, alcuni dei nostri amici erano alla prima uscita speleologica e c’erano un paio di salti da risalire e il pozzo d’ingresso e volevamo essere fuori prima di sera. Prima di tornare sui nostri passi decisi di andare a dare uno sguardo oltre l’ostruzione giusto per capire se la grotta continuasse. Una breve arrampicata e mi ritrovai al di là dei massi. Una grossa sala, il pavimento ricoperto da piccoli blocchi indicava un antico crollo. La sensazione era che ci fosse dell’altro e che doveva essere sotto i miei piedi. Ad un tratto un buco si apriva nel pavimento con un salto ma non riuscivo a valutarne l’altezza, una pietra al suo interno e l’eco di un rotolare lontano mi fece intuire la strada. Continuava!
Dovetti fare uno sforzo sovrumano dicendomi: “Per oggi basta così!”.
Ripercorremmo a ritroso il percorso, cercai di osservare con attenzione tutto quello che la foga dell’andata mi aveva nascosto. In alto sulle pareti laterali si notavano delle corde (doveva essere la strada obbligata quando c’era l’acqua), sulla parete destra, uscendo, quasi all’altezza del laghetto, un cunicolo s’inoltrava nel buio (anni dopo avrei scoperto che si trattava dell’inizio delle “Condotte infinite”), una corda che pendendo si perdeva nel buio della volta lontana mi fece erroneamente pensare ad un ulteriore ingresso. Risalimmo la sponda del laghetto, ripercorremmo lo stretto meandro fangoso e, dopo aver superato il secondo salto ed il pozzo d’ingresso, uscimmo al tramonto. Era stata una fantastica giornata. Ma le nuove scoperte, la consapevolezza che la grotta andava avanti, sarebbero diventati il chiodo fisso dei successivi anni.
Tornammo ancora diverse volte ma senza più ritrovare quella situazione. L’acqua era ricomparsa a sbarrarci la strada e se volevo andare avanti lo avrei dovuto fare con una compagnia più esperta. Per il momento mi dovevo accontentare di quello che avevo visto e dell’esperienza che andava maturando. Queste sono avventure da gustare a piccole dosi e da intraprendere quando ci si sente pronti. Solo così si può limitare al massimo l’insito pericolo che la speleologia porta inevitabilmente con sé.


Come vi ho già raccontato la nostra estrazione è fondamentalmente "speleo-urbana". Del resto in una città come Napoli che possiede un patrimonio ipogeo (cavità artificiali) che difficilmente può essere eguagliato e a cui fa da contraltare una carenza totale di grotte naturali (almeno nelle immediate vicinanze) iniziare la propria avventura speleologica in una latomia è la cosa più naturale che possa succedere. Se poi a questo si unisce il caso che ha voluto farmi incontrare Clemente Esposito e il suo CSM (Centro Speleologico Meridionale) ecco che il gioco è fatto e senza nessuna possibilità di scampo ti ritrovi catapultato in quel mondo sotterraneo che, con i suoi 4500 anni di storia (il primo scavo partenopeo è una tomba “a forno” risalente proprio a quegli anni), ti attrae con la forza del mistero.
Le mie prime e personali esperienze ipogee le avevo già autonomamente vissute sin da ragazzino (vedi La prima volta ), ma l’incontro con la massima espressione della spelo-urbana partenopea fu folgorante. Sin dai primi giorni inutilmente avevo provato ad essere accettato in quell’aristocratico gruppo (aristocratico si fa per dire…il gergo e l’intercalare in uso in quel gruppo era più simile a quello che avreste potuto udire in una malfamata bettola del porto durante una rissa tra marinai ubriachi) i cui membri, gelosi della loro estrema confidenza e fiducia reciproca, non erano disposti ad accettare un novellino che con una ventata d’euforia giovanile avesse potuto scardinare le loro regole. Un paio di volte sono anche riuscito ad uscire con loro ma il nostro rapporto era rimasto, mio malgrado, di saltuaria frequentazione.
Ovviamente questo non aveva frenato il mio entusiasmo e così, appresi i rudimenti dell’uso delle attrezzature speleo, del rilievo in sotterranea, della foto in cavità, mi organizzai autonomamente formando un piccolo gruppo con cui, piano piano, approfondimmo le nostre conoscenze.
Con il CSM i nostri rapporti continuarono con cordiale reciproca indifferenza fino al 2000.
In quell’anno, anche a causa di un incidente mortale che funestò la nostra città (in un cantiere edile un’improvvisa voragine inghiottì ed uccise un geometra), fui contatto da Clemente (nel frattempo era rimasto orfano dei suoi amici) che mi propose di fondere i gruppi e dare nuova vita al CSM. Ovviamente accettammo: lavorare con il “Papa” era sempre e comunque un punto a tuo favore da esibire con orgoglio!
Furono anni fantastici! Le esplorazioni di nuove cavità si susseguivano freneticamente; in circa tre anni ne riuscimmo a trovare e rilevare oltre 150. Avevamo preso una tale mano che tutto filava liscio come l’olio e, forti dell’euforia del nuovo gruppo, ci sentivamo i migliori!
In questo periodo, proprio a causa del notevole impegno dovemmo abbandonare le nostre uscite a Campo Braca che in ogni modo ci rimaneva nel cuore.
L’intensa attività ebbe come risultato, oltre ad altri che non vi sto a raccontare, di farci acquisire una perfetta padronanza con le attrezzature speleo. Pozzi anche di 50 e più metri erano affrontati come se nulla fosse, il timore che inizialmente ti assaliva quando appeso ad una corda pensavi che la tua vita era letteralmente sospesa ad un filo svanì come perso nel buio delle grotte che affrontavamo, la fiducia reciproca con i nuovi compagni t’incoraggiava quando ce n’era bisogno, potevi osare tutto!
Ma… (sì perché c’è sempre un "ma") come spessoaccade tutte le cose belle prima o poi finiscono. Non so dirvi nemmeno con esattezza come successe, fu una cosa che maturò lentamente ma inesorabilmente. Dovevamo riprendere strade autonome. Restai, e lo sono tuttora, legato da profonda amicizia con Clemente. Il Papa fondò una nuova associazione, l’AssoTecNa, e io pensai fosse giunto il momento di ricominciare quelle avventure lasciate in sospeso qualche anno prima sui monti del Matese.
Nello stesso tempo mi convinsi sempre più che fosse giusto trasmettere nella maniera più libera possibile tutte le mie conoscenze a chi avesse avuto voglia di ascoltare e fu così che maturò l’idea di creare un sito web dove discutere, informare, o semplicemente gridare al mondo di quella passione che aveva impegnato e tuttora impegna il mio tempo libero.
Nemmeno immaginavo quando, con l’insostituibile apporto di Sirio, creammo Napoli Underground il successo che quest’iniziativa avrebbe raggiunto.

Nuove amicizie e nuovi contatti furono il preludio di...
L’era delle esplorazioni

- Nasce Napoli Underground

Durante la pausa di riflessione, dovuta sia allo scioglimento del sodalizio con il CSM sia alla momentanea carenza di compagni di avventure, cominciai a ripensare ad un progetto che, per opportunità, ero stato costretto ad accantonare: la creazione di un sito web che, oltre a diffondere le conoscenze acquisite sul sottosuolo napoletano, avrebbe potuto dare lo spunto alla nascita di una nuova comunity.
Parlai di quest’idea a mio figlio che era la persona più adatta (cresciuto tra i computer e al momento impegnato ad approfondire la sua passione presso la facoltà di Informatica). L’ipotesi fu accolta con entusiasmo e, dopo qualche settimana di ragionamenti su cosa e come realizzarlo, partorimmo la prima bozza di quello che poi sarebbe diventato Napoli Underground.
L’idea era principalmente quella di favorire, mediante la conoscenza delle informazioni, un maggiore interesse per la speleologia urbana che a Napoli, grazie all’enorme patrimonio ipogeo, avrebbe portato certamente a sviluppi positivi. A dire il vero ero anche convinto che trattando principalmente un argomento così specialistico (la speleologia urbana), il target a cui si sarebbe rivolto potesse essere estremamente limitato.
Preparammo e pubblicammo sul web la prima bozza del sito e, per come la penso era doveroso, convocammo una riunione con Clemente Esposito e il suo nuovo gruppo allo scopo di coinvolgere anche loro nella nostra iniziativa. A dire il vero l’entusiasmo fra i partecipanti non fu esaltante, furono molti di più i “se” e i “ma” che in ogni caso, anche per l’immediato appoggio di Clemente, portarono alla decisione di una loro adesione: avrebbero partecipato all’iniziativa mettendo a disposizione tutti i dati (foto, video, rilievi ecc.) in possesso del CSM.
Come già detto lo scopo dell’operazione era meramente culturale e nessuno ci guadagnava niente se non la speleologia.
Il sito fu strutturato in diversi blocchi: uno di notizie, uno di dati, e un forum attorno al quale sarebbe potuta nascere una nuova comunità di appassionati.
L’inizio fu un lavoraccio, trasformare in materiale gestibile attraverso il web la montagna d’informazioni che giaceva polverosa negli archivi del CSM sembrava un’opera ciclopica, migliaia di foto di cui fare le scansioni, centinaia di disegni da elaborare, video da trasportare in formato digitale e centinaia di appunti e scritti da rielaborare. Ma tanto non c’era nessuna fretta, non era un lavoro, non c’era nessun compenso e quindi nessuna data da rispettare. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, il database interno al sito diventò sempre più corposo, le idee cominciarono a fiorire con nuovi progetti e le notizie a carattere speleo riempirono le pagine di Nug.
Dopo un inizio in sordina (i primi post restavano lettera morta) anche il forum cominciò a prendere vita. Le discussioni accese trovarono l’interesse di alcuni lettori dando vita alle prime domande ed ai primi dibattiti. La comunità muoveva i suoi primi passi. Era quello che speravo!
Non voglio tediarvi ancora con questa storia, l’ho raccontata solamente perché è attraverso il forum di Nug che ha preso vita il gruppo che oggi si dedica con passione alle nostre esplorazioni sotterranee.
Il primo a farsi vivo (accadde grazie ad una visita organizzata in concomitanza con il “maggio dei monumenti”) fu Ipogeo. Esperienze in Protezione Civile, curiosità e voglia d’avventura furono la molla che lo spinsero ad aderire a tutte le nostre successive iniziative. Il secondo, qualche mese più tardi, fu Zool (fotografo naturalista, appassionato di montagna e trekking) che ebbe il suo battesimo in nostra compagnia proprio a Campo Braca. Con me, NeandertalMan, eravamo in tre, il minimo indispensabile per dare vita ad un gruppo. Fu automatico. Le nostre uscite si divisero equamente tra le cavità artificiali (portammo tantissima gente nei cunicoli dell’acquedotto del Carmignano – Museo del sottosuolo) e la speleologia carsica riprendendo le nostre esplorazioni in quella che consideravamo ormai la nostra grotta personale: Campo Braca. Era passato qualche anno, le nostre esperienze cresciute e quella grotta con i suoi misteri era sempre là ad invitarci. Sarà stato l’entusiasmo dei nuovi arrivati, sarà stato che c’era la consapevolezza che fosse giunto il momento di dare una svolta, le nostre visite si fecero via via più frequenti. Il lago era sempre lì a sbarrarci la strada e così decidemmo di indirizzare le nostre esplorazioni verso l’alto alla ricerca di un passaggio alternativo che ci avrebbe fatto finalmente superare l’ostacolo.
La via da intraprendere era obbligata: un condotto in salita, proprio sulla sponda del laghetto, s'inerpicava scivolosamente verso l’alto. La direzione sembrava giusta e poi le precedenti e veloci incursioni fatte da quella parte davano buone speranze e, anche se non avevamo la certezza di superare l’ostacolo, certamente dei nuovi ambienti ci avrebbero accolto.
Fu così che un bel mattino di primavera c’incamminammo verso la nostra meta. Imboccammo il pozzo d’ingresso, scivolammo giù per il primo pietroso meandro, superammo velocemente il secondo salto (questa volta sfruttando il piccolo pozzo seminascosto sotto la parete destra che avevo notato la volta precedente), strisciammo nel secondo meandro e giungemmo al laghetto.
Mollati i sacchi più pesanti c’infilammo nel buco della bassa volta (quello da dove usciva uno spezzone di corda) e, tra una scivolata e un’imprecazione, avemmo ragione sul condotto inclinato. Dopo un’ultima arrampicata di qualche metro giungemmo in una saletta. Centinaia di stalattiti pendevano dal soffitto facendo da contrappeso ad altrettante stalagmiti che tormentavano il pavimento. Colate calcitiche drappeggiavano le pareti e, sul fondo, come in un vecchio teatro, una specie di balconcino s’affacciava su un buio abisso.
Sporgendosi si notava una vecchia corda. Quella era la via!
Sia la posizione dell’armo (troppo basso) sia la sua evidente vetustà, ci fecero decidere di armare il salto con una delle nostre corde. Ci spostammo di qualche metro e una colata calcarea, prima dolcemente, poi con un brusco aumento della pendenza portava nello stesso ambiente (la prova era data dai fasci luminosi che proiettati dal “balconcino” brillavano anche attraverso il secondo accesso).
Pochi minuti di ricerca…dovevano esserci! Prima uno poi un altro, due spit comparvero come per incanto sulla parete sinistra. Erano in ottime condizioni. Sul più basso l’armo, sul secondo il rinvio e giù dove non eravamo mai stati prima.

Non ricordo chi scese per primo, ma la voce dal basso, persa nel buio, che urlò “Continua!” giunse alle nostre orecchie come lo squillo di tromba che suona la carica. Pochi minuti e fummo tutti giù.
La discesa avveniva lungo una stranissima stalattite sormontata dalla colata calcitica, quella che avevamo notato nella stanza superiore, che formava una sorta di gigantesco fungo.






Si atterrava su un piccolo ripiano e, proprio di fronte, una parete, già armata, risaliva di 8/9 metri.
Fu Zool che, forte del recente corso di roccia, la volle affrontare per primo. Pochi minuti di risalita, un breve ma insidioso traverso e via in un nuovo condotto posto alla stessa quota della stanza da cui eravamo scesi. Lo mandammo in avanscoperta: “Vedi se continua!”.
La sua luce prima si affievolì per poi sparire per qualche minuto. Un debole chiarore che rapidamente aumentò d’intensità c’indicò che stava tornando. La notizia era quella che speravamo: il condotto continuava e si allargava in una stanza dove due stretti buchi, semingombri di pietre, si buttavano verso il basso.






In pochi minuti guadagnai la parete, passai il traverso e, mentre la stessa strada era affrontata da Ipogeo sotto l’occhio vigile di Zool, andai a dare uno sguardo a quello che ci era stato raccontato.
Raggiunsi la stanza, vidi i due buchi, non avevano l’aria del massimo della comodità ma si poteva passare. Decisi di tornare dagli altri. Fu proprio in quel momento che lo vidi. Zool aveva visto la “pagliuzza” ma non aveva notato la “trave”. Un grosso passaggio verso l’alto, seminascosto da stalattiti e su alcune di esse…impronte fangose di mani! Quella era la strada!
Ci soffermammo a fotografare un pipistrello che beatamente dormiva in un anfratto; era in un letargo così profondo da consentirci una serie di scatti in macro fatti a pochissimi centimetri di distanza senza che né i nostri movimenti né i flash sparatigli addosso lo smuovessero minimamente dalla sua condizione.
Lasciammo la bestiolina e, riposte le macchine fotografiche nei sacchi, c’incamminammo per la nuova via appena scoperta. La risalita fu agevolata da innumerevoli stalagmiti che consentivano una facile presa, percorremmo un corridoio e sbucammo in una nuova stanza.
L’ambiente, molto alto e parecchio concrezionato, terminava con un ennesimo salto e sul bordo due distinte opportunità conducevano su strade opposte. Eravamo ad un bivio. Sulla destra una lunga serie di traversi si perdevano nel buio, sulla sinistra una discesa portava alla base di un’altissima fenditura; anche da questa parte era evidente la continuazione.
Pochi minuti di consulto e decidemmo per i traversi sulla destra. Il primo a partire fu Ipogeo, appena liberi i primi settori del traverso Zool lo seguì a ruota. Io mi stavo attardando a sistemare le cose che avremmo lasciato e quelle che ci saremmo portati dietro quando chiedendo come stesse andando (erano spariti dalla mia vista voltando a sinistra) mi sentii rispondere che la situazione era molto precaria. Sia le corde (sfilacciate in più punti) sia lo stato di spit e moschettoni (notevolmente corrosi) li indusse a valutare se fosse saggio o meno continuare per quella strada. Non era cosa! Il rischio che avrebbe ceduto uno degli appigli era troppo alto. In quelle condizioni non si poteva procedere.
Il traverso era sospeso sulla parete di destra di uno stretto canyon sul cui fondo si vedeva il riflesso dell’acqua. Eravamo tornati molto più avanti sul maledettissimo corso d’acqua che aveva deciso proprio di non farci passare. Era inutile affollare il traverso, aspettai che Zool e Ipogeo riemergessero dal buio. Quando finalmente qualche minuto più tardi rividi i bagliori delle loro lampade, mi sentii più sollevato.

A questo punto non ci rimaneva altra strada che la discesa lungo la parete sinistra. La affrontammo senza problemi e poco dopo eravamo alla base di uno stretto ed altissimo cunicolo il cui fondo, nel primo tratto, era ricoperto da una molle fanghiglia che si avvinghiava tenacemente ai nostri piedi rendendo difficoltoso il movimento. Ma non era tutto! Dopo qualche decina di metri il fango cominciò ad essere sostituito da sempre più profonde pozze d’acqua gelida. Proseguimmo fin dove fu possibile avanzare poggiando i piedi sui precari appigli delle pareti. Arrivammo ad un punto dove…come si dice: "bere o affogare"; bisognava entrare in acqua. Ci provammo ma la temperatura prossima allo zero ci fece cambiare idea. Eravamo paghi, avevamo esplorato un nuovo bellissimo pezzo di quella grotta e ci saremo tornati attrezzati per superare i nuovi ostacoli. Per la cronaca, il primo tratto del cunicolo percorso è quello denominato “Le condotte infinite” il cui nome è già da sé tutto un programma.

Allora…finalmente siamo arrivati all’ultima puntata di questa storia. Dove eravamo rimasti? Ah…si…ora ricordo: ”Le Condotte Infinite”.
Dopo l’ultima escursione di luglio eravamo certi che alla successiva occasione ci saremmo dedicati all’esplorazione di quella serie di cunicoli e meandri di cui avevamo visto solo l’inizio ma, come si dice, tra il dire e il fare c’è di mezzo il…”mare” e anche in questo caso l’acqua, l’elemento che tutto plasma (anche le nostre avventure), ci avrebbe riservato una sorpresa.
Questa volta la nostra esplorazione si è avvalsa della sapiente esperienza degli Speleonauti romani, un gruppo di amici conosciuto qualche mese prima durante la visita all’acquedotto del Formello.






Devo purtroppo precisare che a causa di improrogabili impegni di Ipogeo quel giorno il nostro team era ridotto. Solo Zool e il sottoscritto si accompagnarono ai tre Speleonauti. E’ opportuno aggiungere che il nostro amico Ipogeo, credendo che l’escursione prendesse la solita piega delle precedenti, non si impegnò più di tanto a riorganizzare le sue cose e mal gliene incolse!
Allora…giunti nella tarda mattinata all’imbocco della grotta, armato il pozzo d’ingresso, tutti s’imbucarono rapidamente nell’antro che, come al solito, ci accolse con quel senso di materna protezione che solo una cavità nota sa provocare in tutti gli speleo.
Guadagnammo rapidamente il secondo salto e, meraviglia delle meraviglie (a dire il vero un sentore lo avevo già avuto nella vallata, il fontanile dove normalmente facevamo scorta d’acqua era completamente a secco), il primo punto dove s’incontrava il placido torrentello era simile ad una riarsa pietraia del deserto. Mi si cominciarono a rizzare i peli sulla pelle: vuoi vedere che il laghetto non c’è più?
Il secondo meandro e la successiva saletta fangosa furono fatti in due rapidi balzi, la frenesia mi aveva preso e ritornavo con la mente a quando, anni orsono ma con una compagnia non troppo professionale, avevo avuto la fortuna di non trovare l’ostacolo dell’acqua che mi consentì, in una sola botta, di guadagnare almeno 300/400 metri di conoscenza senza nessuna fatica.
La visione fu entusiasmante, del laghetto nemmeno l’ombra come se fosse stato risucchiato nelle viscere della montagna. Una sottile e scivolosa fanghiglia ci accompagnò sulla ripida riva sino al letto dello scomparso invaso. Rapidamente recuperammo Zool e PadreGherardo che si erano attardati a fotografare alcune concrezioni ed ergendomi a “cicerone”, raccontando di quando avevo già vissuto la simile esperienza, feci sfoggio di tutte le mie conoscenze: “se ci fosse stata l’acqua saremmo passati da lì… poi ci saremmo dovuti fare quella discesa…ecco l’ingresso alle “Condotte Infinite”…da questo punto ci sarebbero stati i traversi…ecco la sala dei crolli…dietro quei due grossi massi c’è un ambiente che ho appena avuto il tempo guardare e ricordo di aver avuto la netta sensazione, anche senza essere riuscito a trovarlo, che ci dovesse essere una prosecuzione…”.
Il passaggio saltò rapidamente fuori. Prima uno stretto buco nel pavimento poi un più comodo piano inclinato ci aprì la giornata a quella che sarebbe stata l’avventura più esaltante della mia vita. Non fu tanto per le difficoltà, che comunque non mancarono, ma il rapido e continuo succedersi di ambienti, uno più spettacolare dell’altro, il continuo avvicendarsi di pozzi e risalite intervallati da traversi mozzafiato su abissi di cui non si vedeva il fondo ci portarono sempre più giù nel cuore della montagna.
La grotta diventava, mano mano che avanzavamo, sempre più tecnica ma tutte le difficoltà furono superate (sia le discese sia le risalite erano spesso frazionate obbligandoci a continue manovre per cambiare corda).
Non andavamo di fretta, il nostro cammino era spesso interrotto da brevi pause per immortalare fotograficamente qualche particolare passaggio o concrezione e c’è da dire che le occasioni abbondavano. Sapevo che la grotta di Campo Braca era veramente bella ma non immaginavo tanto: candidi drappeggi, fantasmagoriche colate, spettacolari stalattiti…eravamo circondati dalla potente fantasia della natura.
Non ricordo quante ore ci mettemmo, il tempo non aveva più importanza ora era la curiosità dell’esplorazione che comandava i nostri movimenti, ma giunti sull’ultimo salto (una bella discesa in parete di oltre venti metri) il rumore dell’acqua ci fece capire che eravamo quasi arrivati all’altezza del sifone terminale.
La discesa seguita da un’insidiosissima parete formata da lame di calcare ci condusse ad un limpido laghetto sotterraneo e, di lì, cinque successivi invasi, a quote sempre più basse, confluivano l’acqua in una pozza che è indicata come il sifone terminale della grotta.

Avevamo raggiunto il fondo. Ci fermammo per un po’ di foto ricordo, una meritata pausa pranzo…o forse è meglio dire cena e subito indietro sulla via del ritorno, ci aspettavano almento 5-6 ore di duri saliscendi.
A questo punto potremmo dire che la nostra avventura a Campo Braca finisce ma non è così. Tutto una serie di motivi ci obbligano ad un ritorno; Ipogeo che da quel giorno ci odia a morte e se non posa le suole delle sue scarpe in fondo alla nostra grotta ci odierà per il resto dei nostri giorni; lì sul fondo abbiamo trovato una serie di passaggi e successivi ambienti, non riportati sul rilievo, che promettono bene; poi ci sono ancora le benedette “Condotte Infinite” dove ancora il nostro sguardo non è giunto. Mi sa che i pastori della valle ci vedranno ancora molte volte inerpicarci su per la collina e infilarci in quel fantastico buco continuando a chiedersi: “Ma cosa ci troveranno di così interessante là sotto? Come sono strani questi cittadini…”.
Allora…per il momento questa è la fine della nostra storia e se avete avuto la pazienza di leggerla tutta avrete certamente notato una lenta ma progressiva crescita nei nostri comportamenti. Dai primi incerti passi alle esaltanti esplorazioni dei tempi recenti e tutto questo ha, come promesso nella prima puntata, una sua morale.
La speleologia è una delle ultime avventure che è possibile vivere in questo ormai vecchio e conosciuto mondo, ci sono diversi modi per approcciarla: dal classico corso presso una delle blasonate associazioni speleologiche (e forse è quello più indicato) oppure, ed è la strada che ci è piaciuto percorrere, farsi piano piano le ossa da soli affrontando le difficoltà con modestia e pazienza, senza mai strafare, consapevoli dei nostri limiti e coscienti che la passione e la perseveranza hanno quasi sempre ragione delle impervie dei luoghi.
Insomma Speleo si diventa in diversi modi e nessuno può essere considerato migliore di altri.

Il buio è spesso più luminoso della luce
Last Edit: 3 years 1 month ago by NeandertalMan.
The following user(s) said Thank You: marbet

Please Log in or Create an account to join the conversation.

Take A Quick Photo Visit Beneath Naples!

THE SUBSOIL OF NAPLES - English translation of rare book on Naples Underground finished

Best image

News from Abroad

All published content, unless otherwise indicated, is subject to the Creative Commons license
The site www.napoliunderground.org is updated irregularly and thus is not to be considered a newspaper or editorial product as defined by law n.62 of March 7, 2001
Napoli Underground (NUg) is an independent organization concerned solely with exploring, researching, educating and informing; it is not connected with any of the many associations that serve tourism and/or provide guided tours of our city.

 

This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.
View e-Privacy Directive Documents