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Ultime notizie

IMAGE Terremoto in Nepal: quattro speleologi italiani tra i dispersi
Domenica, 26 Aprile 2015
Anche quattro speleologi italiani del Soccorso Alpino nella lista dei dispersi del terremoto in Nepal. Ovviamente, viste anche le attuali condizioni dell'intera area e i relativo caos nelle comunicazioni, essere dispersi significa al momento solamente che non si riescono ad avere notizie. Tutti siamo in attesa della telefonata liberatoria. Forza ragazzi non fateci aspettare troppo. Terremoto in Nepal: quattro speleologi italiani tra i dispersi (fonte ANSA)   P.S. E' Online un'applicazione Google per favorire la ricerca di informazioni sui dispersi in Nepal P.P.S. Anche FaceBook cerca di dare una mano aprendo un'apposita pagina dove, chi è in zona, può facilmente dare notizie di se ai propri conoscenti ed amici: www.facebook.com/safetycheck/nepalearthquake   Read More...
IMAGE ... mentre minuscole particelle d'acqua danzano nell'aria
Domenica, 26 Aprile 2015
... mentre minuscole particelle d'acqua danzano nell'aria: il trailer dell'ultima avventura della scalcinata gang di Napoli Underground alla ricerca di città perdute e mitiche grotte nel selvaggio scenario dei Monti Picentini. Buona visione ... mentre minuscole particelle d'acqua danzano nell'aria Read More...
IMAGE Galleria stradale (tipologia n. 6)
Domenica, 26 Aprile 2015
Viabilità realizzata in galleria a scopo militare. Ad esempio, nel corso della Prima Guerra Mondiale, si sono scavate gallerie stradali a servizio di opere militari, sia fisse sia campali, e dei un settore del fronte. Tra le più note vi è la “Strada delle 52 Gallerie”, costruita dai soldati italiani nel 1916 per rifornire le postazioni sul Pasubio (versante veneto); dalla Bocchetta Campiglia sale fino alle Porte del Pasubio con un tracciato di 6.330 m circa, 2.300 m dei quali in galleria (Pieropan G., La Strada delle Gallerie sul M. Pasubio. Passato e presente, Edizioni Ghedina, Cortina d’Ampezzo 1978, p. 23). In alcuni punti vi sono finestrature per le artiglierie e presso la diciottesima galleria cinque pozzetti conducenti a fornelli di mina, per l’eventuale interruzione del tracciato (Gattera C., Il Pasubio e la Strada delle 52 Gallerie, Gino Rossato Editore, Valdagno 1999, p. 30). Nel corso della Seconda Guerra Mondiale i macchinari di produzione bellica di alcune fabbriche sono stati trasferiti nelle gallerie stradali dell’Alto Garda e dotate di sistemi protettivi e difensivi (Cocconcelli G. D., Tunnel factories. Le officine aeronautiche Caproni e FIAT nell’Alto Garda 1943-1945, Apostolo Editore, Milano 2002). Testi di riferimento: Padovan Gianluca (a cura di), Archeologia del sottosuolo. Lettura e studio delle cavità artificiali, British Archaeological Reports, International Series 1416, Oxford 2005. Basilico Roberto et alii, Italian Cadastre of Artificial Cavities. Part 1. (Including intyroductory comments and a classification), British Archaeological Reports, International Series 1599, Oxford 2007. Gianluca Padovan (Associazione S.C.A.M. – Federazione Nazionale Cavità Artificiali) Click sulle immagini per ingrandire Cocconcelli G.D., Tunnel factories Read More...
IMAGE Campo Braca - La storia infinita - Capitolo otto
Sabato, 25 Aprile 2015
Campo Braca La storia infinita Capitolo otto La copertina è di Larry Ray e Jeff Matthews The Times They Are A Changin' N.d.a. Riprendo a scrivere nuovi capitoli di questa storia dopo che sono trascorsi alcuni anni e, dato che il pensiero evolve (meno male), alcune mie affermazioni potrebbero sembrare in disaccordo con quanto precedentemente scritto ma... il tempo passa e anche la mia mente cambia. I tempi sono cambiati sì, ma non nella maniera che profetizzava Bob Dylan con la sua canzone del '64. Viviamo in un mondo dove tutto è codificato e quasi più niente si evolve affidandosi al caso e così anche la speleologia, da sempre considerata la quintessenza delle attività avventurose, sembra seguire la stessa sorte. Oggi per fregiarsi dell'appellativo di speleologo devi aver seguito almeno un paio di “corsi base” e tre o quattro approfondimenti specialistici poi, sempre se ti attacchi ad uno dei “carri” che percorrono le odierne strade del potere costituito, potrai definirti speleologo. In alternativa sei e rimarrai per sempre un “grottarolo”, termine dispregiativo coniato proprio dai moderni “sapienti” per definire tutti coloro che si muovono “fuori da coro”. Sarà stato l'imprinting del ribelle, sarà stato il mio carattere molto simile a quello che doveva avere “l'orso delle caverne”, senza nemmeno accorgermene, guarda caso, mi sono ritrovato con orgoglio nella categoria dei paria del mondo sotterraneo: i grottaroli. Persi lungo la strada gli “amici” di un tempo, che hanno preferito la più comoda e blasonata speleologia ufficiale, mi sono nuovamente ritrovato solo con l'età che avanza presentando il conto con i primi acciacchi. E così un nuovo bivio mi si parava d'avanti: potevo decidere di “tirare i remi in barca” e magari scrivere le mie memorie crogiolandomi nei ricordi del passato o rimettermi nuovamente in gioco cercando di inoculare in qualche “sprovveduto giovane” il seme della ribellione, il solo che avrebbe tenuto in vita la gloriosa stirpe dei grottaroli. Il primo a capitarmi sotto è stato InGeo (giovane ingegnere ambientale) che aveva mosso i suoi primi passi da cavernicolo sempre con noi nel sottosuolo partenopeo. Le necessarie conoscenze sull'uso delle attrezzature speleo e sulla progressione in corda gli erano state trasmesse nei cunicoli e nei pozzi della cavità di Clemente Esposito quando era ancora lui a gestire il “Museo del Sottosuolo” e in quella grotta si praticavano attività consone alla storia legata a quegli ambienti. Così, dopo alcune uscite sulle alture del circondario tese a saggiare la sua predisposizione al sacrificio in ambiente naturale, arrivò anche per lui il momento del “battesimo” in una grotta carsica. Dove praticare questo ulteriore rito d'iniziazione? Ovvio! Campo Braca era sempre là, ma non fu così semplice... ci dovemmo tornare due volte. La prima, una fredda giornata d'inverno, si produsse in un completo fallimento. Giunti in auto sul posto (alcune avvisaglie ci erano già arrivate risalendo gli stretti tornati che conducono alla cima) fummo accolti da uno scenario surreale: la valle di Campo Braca era scomparsa e al suo posto, come in una gigantesca coppa colma di latte, un fittissimo banco di nebbia celava il pianoro, il fontanile e le colline circostanti sulle quali si apre la grotta. Fu così che, memore di una precedente simile occasione quando uscendo da una delle tante esplorazioni sotterranee ci ritrovammo immersi in una nebbia così fitta da impedirci anche l'individuazione della via del ritorno, decisi che non era proprio il caso di rischiare nuovamente di perderci. Rinunciammo. Campo Braca avrebbe mantenuto il suo fascino misterioso ancora per qualche tempo e InGeo si sarebbe ancora accontentato dei miei racconti. Ovviamente non passò molto e, qualche tempo dopo (questa volta in una splendida giornata di sole primaverile), io e l'adepto ci presentammo nuovamente al cospetto di “Nostra Signora delle Grotte – Campo Braca”. La giornata era quella buona. Armammo velocemente il pozzo di “Sparafunno” utilizzando gli “spit” di sempre con una doppia corda così da poter scendere in parallelo (non è che non mi fidassi di InGeo che aveva sempre dimostrato attenzione e serietà ma mi sentivo più tranquillo seguendolo da vicino nella sua prima discesa in un pozzo naturale... non si sa mai.). Tutto filò liscio come l'olio e in un batter d'occhio eravamo sulla china detritica del primo salone. Fissammo le corde (una forse inutile precauzione che ho sempre adottato nel terrore che qualche buontempone di escursionista della domenica trovandosi casualmente a passare e notando le corde perdersi nel buio della terra le recuperasse lasciandoci bloccati lì sotto visto che, a quei tempi, ancora non avevo individuato con certezza le uscite secondarie) e velocemente scivolammo lungo il pietroso meandro che conduce agli ambienti sottostanti. Il secondo pozzetto fu rapidamente armato e anche lui disceso portandoci così alla quota di scorrimento di quel corso d'acqua che, incrociato più volte lungo il percorso, alimenta il laghetto del sifone terminale. Percorremmo il secondo angusto e umido meandro sbucando prima nella “sala del fango” e subito dopo sulle sponde di quel famoso laghetto che per i primi anni si era erto a nostro personalissimo insormontabile ostacolo. Risalii per primo il pozzetto che conduceva al piano inclinato e da qui alla bellissima “sala cacciatore” che con le sue stalattiti, stalagmiti e drappeggi dà un primo assaggio delle bellezze che da quel punto in poi caratterizzeranno l'intera grotta. InGeo si comportò egregiamente affrontando con determinazione le intrinseche difficoltà del percorso. Per quel giorno poteva bastare. Prima però di tornare sui nostri passi volli verificare un'ipotesi più volte fatta nelle precedenti esplorazioni: dove conduceva quel pozzo sulla cima del “piano inclinato” e laterale a “sala cacciatore”? Mica eravamo passati tante volte accanto alla soluzione dei nostri problemi senza mai accorgercene? Mi dissi: questo è il momento! Abbiamo fatto presto e posso permettermi questa piccola divagazione! Tirai fuori dal sacco una corda da 20 metri (non conoscevo la profondità del salto), la fissai ad uno spuntone di roccia, feci un nodo di sicurezza sul terminale del lato che avrei lanciato di sotto e, dopo averci agganciato il discensore, mi fiondai verso l'ignoto osservando lo sguardo perplesso di InGeo che spariva in alto (probabilmente si stava chiedendo con apprensione cosa sarebbe successo se io non fossi tornato su). Dieci – quindici metri, non di più, tanto durò la mia discesa. Ero nuovamente alla quota dell'acqua. Una rapida occhiata alla ricerca di un' eventuale prosecuzione (che non trovai) e subito mi fu chiaro che ero atterrato nuovamente sul “maledetto laghetto”, ostacolo di sempre. Ero solamente sulla sponda opposta e il mio fascio di luce illuminava da lontano la spiaggetta che per anni aveva tarpato le nostre ali. Ero in un vicolo cieco. Nessuna prosecuzione che aprisse a nuove avventure. C'eravamo solo io, il buio e il lago. Risalii rapido, raccogliemmo le attrezzature e giù prima in discesa lungo il piano inclinato e poi in risalita verso la luce. Anche questa avventura era conclusa e un nuovo “grottarolo” era stato “svezzato”. Il viaggio di ritorno verso casa fu un susseguirsi di domande su come fosse il prosieguo della grotta e su cosa si nascondesse oltre. Il germe della curiosità ne aveva infettato un altro... ma questa è un'altra storia. (Continua)... Read More...
IMAGE International Conference on Groundwater in Karst 2015
Sabato, 25 Aprile 2015
E' disponibile OnLine il programma provvisorio della "International Conference on Groundwater in Karst 2015" che si terrà dal 20 a 26 giugno presso la University of Birmingham (Birmingham, UK). Il programma generale è stato già approvato ma è possibile ancora per qualche giorno sottoporre poster supplementari. Si ricorda che il termine dell'iscrizione è previsto entro il 7 maggio; alle eventuali registrazioni successive sarà applicato un supplemento di quota pari a £ 40. Ulteriori informazioni possono essere reperite con la consultazione del sito web ufficiale della conferenza o inviando una e-mail agli organizzatori. Read More...
IMAGE Il Sentiero Italia 106 e la Grotta dello Scalandrone
Venerdì, 24 Aprile 2015
Il Sentiero Italia 106 e la Grotta dello Scalandrone Tipologia: Trekking naturalistico e speleologia in grotta carsica Descrizione: Sia il tratto del Sentiero Italia (CAI 106) percorso sia la Grotta dello Scalandone sono ubicati sui Monti Picentini nel territorio del Comune di Serino. Lungo il sentiero sono presenti numerosi torrenti e  alcune sorgenti che consentono un rifornimento di acqua. Per accedere alla prima parte della Grotta dello Scalandrone è consigliabile utilizzare una corda da 25 metri da usare come corrimano per evitare scivolate lungo il pendio fangoso di accesso. La seconda parte di grotta, quella con accesso alle spalle della cascata, necessita dell'utilizzo di attrezzature di progressione su corda. Accesso libero Difficoltà: media Lunghezza: km 5.5 (solo andata) Dislivello: ascesa m 302, discesa m 355 (andata, il ritorno è invertito) Città: Serino (SA) Località: Inizio sentiero a circa 12 km a sud-est di Serino. Coordinate UTM WGS 84 inizio Sentiero Italia (CAI 106): 33 T 497257 4514909 Coordinate UTM WGS 84 ingresso Grotta dello Scalandrone: 33 T 499392 4512943 Traccia GPS: Tratto Sentiero Italia 106 fino alla Grotta dello Scalandrone Per saperne di più: Sul sentiero 106 alla ricerca della Grotta dello Scalandrone Le foto: Il Sentiero Italia 106 - Dal Varco della Rena alla Grotta dello Scalandrone Le foto: La Grotta dello Scalandrone Clik sull'immagine per ingrandire Immagine della traccia GPS Read More...
IMAGE Campo Braca - La storia infinita - Capitolo sette
Venerdì, 24 Aprile 2015
Campo Braca La storia infinita Capitolo sette La copertina è di Larry Ray e Jeff Matthews Allora…finalmente siamo arrivati all’ultima puntata di questa storia. Dove eravamo rimasti? Ah…si…ora ricordo: ”Le Condotte Infinite”. Dopo l’ultima escursione di luglio eravamo certi che alla successiva occasione ci saremmo dedicati all’esplorazione di quella serie di cunicoli e meandri di cui avevamo visto solo l’inizio ma, come si dice, tra il dire e il fare c’è di mezzo il…”mare” e anche in questo caso l’acqua, elemento che tutto plasma (anche le nostre avventure), ci avrebbe riservato una sorpresa. Questa volta la nostra esplorazione si è avvalsa della sapiente esperienza degli Speleonauti romani, un gruppo di amici conosciuto qualche mese prima durante la visita all’acquedotto del Formello. Devo purtroppo precisare che a causa di improrogabili impegni di Ipogeo, quel giorno il nostro team era ridotto. Solo Zool e il sottoscritto si accompagnarono ai tre Speleonauti. E’ opportuno aggiungere che il nostro amico Ipogeo, credendo che l’escursione prendesse la solita piega delle precedenti, non si impegnò più di tanto a riorganizzare le sue cose e mal gliene incolse! Allora…giunti nella tarda mattinata all’imbocco della grotta, armato il pozzo d’ingresso, tutti s’imbucarono rapidamente nell’antro che, come al solito, ci accolse con quel senso di materna protezione che solo una cavità nota sa provocare in tutti gli speleo. Guadagnammo rapidamente il secondo salto e, meraviglia delle meraviglie (a dire il vero un sentore lo avevo già avuto nella vallata, il fontanile dove normalmente facevamo scorta d’acqua era completamente a secco), il primo punto dove s’incontrava il placido torrentello era simile ad una riarsa pietraia del deserto. Mi si cominciarono a rizzare i peli sulla pelle: vuoi vedere che il laghetto non c’è più? Il secondo meandro e la successiva saletta fangosa furono fatti in due rapidi balzi, la frenesia mi aveva preso e ritornavo con la mente a quando, anni orsono ma con una compagnia non troppo professionale, avevo avuto la fortuna di non trovare l’ostacolo dell’acqua che mi consentì, in una sola botta, di guadagnare almeno 300/400 metri di conoscenza senza nessuna fatica. La visione fu entusiasmante, del laghetto nemmeno l’ombra come se fosse stato risucchiato nelle viscere della montagna. Una sottile e scivolosa fanghiglia ci accompagnò sulla ripida riva sino al letto dello scomparso invaso. Rapidamente recuperammo Zool e PadreGherardo che si erano attardati a fotografare alcune concrezioni ed io, ergendomi a “cicerone” raccontando di quando avevo già vissuto la simile esperienza, feci sfoggio di tutte le mie conoscenze: “se ci fosse stata l’acqua saremmo passati da lì… poi ci saremmo dovuti fare quella discesa…ecco l’ingresso alle “Condotte Infinite”…da questo punto ci sarebbero stati i traversi…ecco la sala dei crolli…dietro quei due grossi massi c’è un ambiente che ho appena avuto il tempo guardare e ricordo di aver avuto la netta sensazione, anche senza essere riuscito a trovarlo, che ci dovesse essere una prosecuzione…”. Il passaggio saltò rapidamente fuori. Prima uno stretto buco nel pavimento poi un più comodo piano inclinato ci aprì la giornata a quella che sarebbe stata l’avventura più esaltante della mia vita. Non fu tanto per le difficoltà, che comunque non mancarono, ma il rapido e continuo succedersi di ambienti, uno più spettacolare dell’altro, il continuo avvicendarsi di pozzi e risalite intervallati da traversi mozzafiato su abissi di cui non si vedeva il fondo ci portarono sempre più giù nel cuore della montagna. La grotta diventava, mano mano che avanzavamo, sempre più tecnica ma tutte le difficoltà furono superate (sia le discese sia le risalite erano spesso frazionate obbligandoci a continue manovre per cambiare corda). Il pendolo (click sull'immagine per ingrandire) Non andavamo di fretta, il nostro cammino era spesso interrotto da brevi pause per immortalare fotograficamente qualche particolare passaggio o concrezione e c’è da dire che le occasioni abbondavano. Sapevo che la grotta di Campo Braca era veramente bella ma non immaginavo tanto: candidi drappeggi, fantasmagoriche colate, spettacolari stalattiti…eravamo circondati dalla potente fantasia della natura. Non ricordo quante ore ci mettemmo, il tempo non aveva più importanza ora era la curiosità dell’esplorazione che comandava i nostri movimenti, ma giunti sull’ultimo salto (una bella discesa in parete di oltre venti metri) il rumore dell’acqua ci fece capire che eravamo quasi arrivati all’altezza del sifone terminale. La discesa seguita da un’insidiosissima parete formata da lame di calcare ci condusse ad un limpido laghetto sotterraneo e, di lì, cinque successivi invasi, a quote sempre più basse, confluivano l’acqua in una pozza che è indicata come il sifone terminale della grotta. Avevamo raggiunto il fondo. Ci fermammo per un po’ di foto ricordo, una meritata pausa pranzo…o forse è meglio dire cena e subito indietro sulla via del ritorno, ci aspettavano almento 5-6 ore di duri saliscendi. A questo punto potremmo dire che la nostra avventura a Campo Braca finisce ma non è così. Tutto una serie di motivi ci obbligano ad un ritorno; Ipogeo che da quel giorno ci odia a morte e se non posa le suole delle sue scarpe in fondo alla nostra grotta ci odierà per il resto dei nostri giorni; lì sul fondo abbiamo trovato una serie di passaggi e successivi ambienti, non riportati sul rilievo, che promettono bene; poi ci sono ancora le benedette “Condotte Infinite” dove ancora il nostro sguardo non è giunto. Mi sa che i pastori della valle ci vedranno ancora molte volte inerpicarci su per la collina e infilarci in quel fantastico buco continuando a chiedersi: “Ma cosa ci troveranno di così interessante là sotto? Come sono strani questi cittadini…”. Allora…per il momento questa è la fine della nostra storia e se avete avuto la pazienza di leggerla tutta avrete certamente notato una lenta ma progressiva crescita nei nostri comportamenti. Dai primi incerti passi alle esaltanti esplorazioni dei tempi recenti e tutto questo ha, come promesso nella prima puntata, una sua morale. La speleologia è una delle ultime avventure che è possibile vivere in questo ormai vecchio e conosciuto mondo e ci sono diversi modi per approcciarla: dal classico corso presso una delle blasonate associazioni speleologiche (e forse è quello più indicato) oppure, ed è la strada che ci è piaciuto percorrere, farsi piano piano le ossa da soli affrontando le difficoltà con modestia e pazienza, senza mai strafare, consapevoli dei nostri limiti e coscienti che la passione e la perseveranza hanno quasi sempre ragione delle impervie dei luoghi. Insomma Speleo si diventa in diversi modi e nessuno può essere considerato migliore di altri. (Continua?)... ma certo che continua! Abbiate pazienza per favore. Read More...
IMAGE La Napoli dei “cento bombardamenti” in scena con NarteA al Tunnel Borbonico
Venerdì, 24 Aprile 2015
"La Napoli dei “cento bombardamenti” in scena con NarteA: “Noi Vivi” e “Le arti e i tesori di Napoli nella storia” per ripercorre le vicende della Seconda Guerra Mondiale Sabato 25 aprile (ore 19:30 e ore 21:00) e domenica 26 aprile (alle ore 11:30),  in occasione della Giornata della Liberazione, l’Associazione Culturale NarteA ricostruisce i momenti più significativi del riscatto partenopeo dalla Seconda Guerra Mondiale:  in scena sabato sera “Noi Vivi”, spettacolo itinerante sul palcoscenico congenito del Tunnel Borbonico,  per riportare alla memoria i tragici giorni vissuti dai napoletani nei rifugi bellici del sotterraneo voluto da Ferdinando II di Borbone; domenica mattina con “Le arti e i tesori di Napoli nella storia” si alza il sipario per una visita guidata teatralizzata incentrata sulla “metamorfosi” della zona del Borgo Orefici nel corso del tempo.  La quota di partecipazione per lo spettacolo è di € 15,00 a persona, comprensiva di biglietto “percorso standard” per tornare entro l’anno a  visitare il sito accompagnati da una guida, mentre per la visita guidata teatralizzata è di € 10,00 a persona. Per partecipare alle iniziative, è necessario prenotare ai numeri 339.7020849 –  334.6227785. Tra il 24 e il 28 aprile del 1943 la città di Napoli subì una pesante incursione di bersagliamenti che si annovera tra i “cento bombardamenti” sofferti nell’arco della Seconda Guerra Mondiale. In occasione della Giornata della Liberazione, l’Associazione Culturale NarteA riporta alla memoria i momenti napoletani più significativi del secondo conflitto mondiale con un doppio appuntamento culturale: sabato 25 aprile (ore 19:30 e ore 21:00) in scena “Noi Vivi”, spettacolo itinerante basato sulla ricostruzione storica dei tragici giorni vissuti dai napoletani nei rifugi bellici del Tunnel Borbonico di Napoli, e domenica 26 aprile (ore 11:30) “Le arti e i tesori di Napoli nella storia”, una visita guidata teatralizzata incentrata sulla “metamorfosi” della zona del Borgo Orefici nel corso del tempo. La quota di partecipazione per lo spettacolo è di € 15,00 a persona, comprensiva di biglietto “percorso standard” per tornare entro l’anno a  visitare il sito accompagnati da una guida, mentre per la visita guidata teatralizzata è di € 10,00 a persona. Per partecipare alle iniziative, è necessario prenotare ai numeri 339.7020849 –  334.6227785. Sul canale YouTube di NarteA è possibile guardare il trailer dell’evento culturale. Napoli è stata una delle città italiane più provate dalla guerra: era il porto principale verso la quarta sponda e il capolinea delle rotte marittime verso la Libia. Allo scoppio del conflitto, la città era impreparata ad ogni evento bellico, con pochi ricoveri pubblici efficienti, e la difesa della centro abitato venne affidata principalmente ai cannoni delle navi che si alternavano nel porto. Gli agenti dell’U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) con i capi-palazzo erano gli addetti al soccorso dei civili e allo spegnimento degli incendi in palazzi e rifugi. Le prime bombe caddero nella notte del 1 novembre del 1940 e, nonostante il bersagliamento continuo, Napoli reagì con dignità e disciplina fino alla fine della guerra, anche quando le sorti del conflitto cominciarono a declinare. La ricostruzione storica di quelle tragiche giornate rivive, ora per ora, nel format dello spettacolo itinerante di NarteA: “Noi Vivi” è una rappresentazione teatrale scritta da Febo Quercia, art director di NarteA, con la regia dello stesso e di Antimo Casertano, che riporta nel cuore pulsante del sottosuolo napoletano, proprio all'interno dei rifugi del tunnel borbonico, nel momento in cui la sommossa spontanea si salda alle azioni isolate della resistenza clandestina, in una sollevazione popolare che coinvolge senza distinzioni operai, bambini, intellettuali, ufficiali e soldati allo sbando. Il dramma vissuto dalla città e i segni di quel passato non troppo lontano sono ancora oggi visibili: su una parete dell'immensa cattedrale, scavata nel tufo giallo della pancia di Napoli, si può leggere l’incisione Noi Vivi. Una grande scritta scolpita con un carboncino sembra essere un sospiro di gioia, un urlo liberatorio di chi ha conquistato la salvezza. Finalmente liberi di continuare a vivere, ma imprigionati nelle viscere della terra. La suggestiva ambientazione del tunnel borbonico proietterà il pubblico direttamente sulla palcoscenico della “storia”: in scena Carlo Caracciolo, Serena Pisa, Federica Altamura, Marianita Carfora, Sergio Del Prete, Peppe Romano, Katia Tannoia. Costumi di Antonietta Rendina. Foto di Marco Venezia. Trailer dello spettacolo: Nel corso del 1943,  nel mese aprile,  vennero colpite dai bombardamenti anche le zone del Carmine e del Borgo Orefici: qui la visita guidata teatralizzata "Le Arti e i Tesori di Napoli nella storia" di NarteA porterà alla luce le vicende legate alla Napoli mercantile ed artigianale, vivo centro del commercio mediterraneo e di scambio culturale. Attraverso gli attori professionisti Valeria Frallicciardi, Sergio Del Prete e Peppe Romano alternati alla guida turistica, gli ospiti saranno trasportati lungo il Decumano del mare per rivivere la “metamorfosi” della Napoli mercantile ed artigianale, centro del commercio mediterraneo e punto d'incontro e di scambio delle culture più disparate. In collaborazione con il Consorzio Antiche Botteghe Tessili e il Consorzio Antico Borgo Orefici, questo itinerario teatralizzato vuole far conoscere la storia della parte bassa della città da Piazza Mercato all'antico Borgo degli Orefici attraverso una “lettura” del tessuto urbanistico e dei siti monumentali. L'itinerario partirà dalla Basilica di Santa Maria del Carmine, testimonianza dello sviluppo culturale e artistico del periodo spagnolo, passando per Sant'Eligio Maggiore, luogo dedicato al santo protettore degli orafi e di tutti i lavoratori di metalli, e la chiesa di San Giovanni a Mare, simbolo dei cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli, fino alla Piazzetta Orefici, fulcro storico del Borgo dove si trovano le tracce ancora visibili dei palazzi nobiliari e delle chiese meno “conosciute” della città." Ufficio stampa NarteA - Annacarla Tredici +39 333.9513421 - annacarlatredici@gmail.com Read More...

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