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Comincio ad abituarmi e non ci faccio nemmeno più tanto caso: il chiarore notturno del cielo e la mancanza di stelle inizia ad essere una situazione a me familiare al punto che... riesco anche a dormire. Ogni mattina, quando mi sveglio, c'è però un aspetto che continua a non darmi pace: è il clima e tutto ciò che è ad esso collegato. E' luglio e da noi, lì giù nel Mediterraneo, è piena estate. Il cielo è blu, la frutta matura sugli alberi e colora i mercati, il sole rende i nostri corpi simili al bronzo, la pioggia è un ricordo lontano e il caldo ci “sospinge a cumuli su spiagge...” (Darwin - Banco del Mutuo Soccorso - 1973) chiare e nelle tiepide acque del Mare Nostrum. Tutto qui è però diverso. Mi desto e una coltre compatta di nubi cela il già pallido sole del nord mentre una leggera pioggerellina ha ripreso a bagnare i monti e le praterie di questa brughiera. La temperatura, che staziona intorno ai dieci gradi, non invoglia certo a cercare refrigerio nel regno di Nettuno, e la dolce e colorata frutta... No! Di quella vi dirò più tardi.

Cosa farò oggi? Verso quale angolo di questa sperduta terra volgerò il mio sguardo? E' il momento di agire. Mi scuoterò dal torpore mattutino organizzando la mia giornata o questa trascorrerà con me stesso riflesso nei vetri della finestra mentre il giorno scivolerà lento. L'ultima ipotesi formulata non mi piace per niente, non sono qui per riposare o meditare: il rigido codice dell'esploratore m'impone... azione, azione e ancora azione!

Con frenesia sfoglio il blocco degli appunti alla ricerca di una delle mete che avevo in precedenza elaborato e che, sempre con base dall'Edda Hotel, potrà condurmi alla scoperta di una nuova fetta di questa immensa terra d'Islanda. Prima di iniziare questo viaggio, aiutandomi con ricerche in rete, ho predisposto una sorta di canovaccio con le indicazioni di massima dei luoghi da visitare raggruppati in base alla zona di soggiorno, cioè al campo base. Un ottimo ausilio da tirare fuori quando è necessario decidere sul da farsi. Ed è così che subito salta ai miei occhi un nome: Snæfellsjökull National Park. Ecco cosa vedrò oggi.

Non so ancora nemmeno perché abbia scelto così in fretta; forse l'impronunciabile nome e il suo fascino da saga nordica o forse, anche qui, un misterioso richiamo che sta tirando i fili del mio inconsapevole errare in questo viaggio. Con il braccio faccio spazio, nel disordine del piccolo tavolo, creando un piano sgombro dove stendere la carta geografica; devo capire come mi muoverò, quanti chilometri dovrò “macinare” e su quali percorsi. Come vi ho già accennato le vie che vanno verso l'interno dell'isola sono quasi sempre strade sterrate che possono mettere a dura prova la meccanica, le sospensioni dell'auto e la schiena dei passeggeri trasformando una piacevole gita in un vero e proprio percorso di guerra tratto dal più duro dei corsi di sopravvivenza che potreste immaginare. Per fortuna, dopo un attenta lettura della carta topografica, scopro che poco di ciò mi attende. Lo Snæfellsjökull National Park si estende sull'intera superficie della penisola di Snæfellsnes ed è circondato, lungo il perimetro, da una strada asfaltata: un anello dal quale si dipartono i sentieri che lo attraversano. La parte interna, con le sue montagne innevate, è particolarmente selvaggia e richiede molto più tempo di quello di cui dispongo per essere anche solo in parte percorsa mentre la zona più prospiciente il mare presenta numerosi punti maggiormente accessibili con caratteristiche geologiche, naturalistiche e storico-antropologiche comunque di notevole interesse. Io percorrerò quest'ultima con una sola variante quando taglierò la penisola da nord a sud per iniziarne il periplo.

In pochi minuti attrezzo il mio zaino dove, visto che continua a venire giù acqua dal cielo, ripongo anche la mantellina, unico indumento capace di mantenerti asciutto in presenza di pioggia e vento. Sono pronto ad iniziare una nuova avventura e oggi calcherò le stesse strade che ispirarono Jules Verne nel suo “Viaggio al centro della Terra”. Infatti è proprio nella penisola di Snæfellsnes che lo scrittore colloca il cratere vulcanico, lo Snæfell, attraverso il quale darà il via al suo fantasmagorico viaggio. Quale viatico migliore per iniziare la giornata... se avventura dovrà essere che lo sia con la “A” maiuscola.

Parto, dirigendomi ad ovest lungo una viabilità secondaria, ma comunque asfaltata, che costeggia prima il fiordo di Hrútafjörður, poi parte di quello di Hvammsfjörður e giù, sempre più giù, puntando decisamente a sud dove percorrerò i circa 40 chilometri di strada sterrata che tagliano in due la penisola di Snæfellsnes. Lungo quest'ultimo tratto, da costa a costa, gli unici esseri umani che incrocio sono alcuni operai intenti nella ricostruzione di una porzione del tracciato, distrutto da chissà quale apocalittico evento. I giganteschi mezzi da movimento terra si muovono rapidi nel viscido fango. Superare il cantiere è un'avventura nell'avventura e la mia piccola automobilina “sguscia” come un topolino tra le zampe dei gatti, sfiorando cingoli ed enormi ruote nella speranza che lassù, in cabina, qualcuno si sia accorto della mia presenza e non mi calpesti facendomi scomparire nella poltiglia del fondo stradale. Comunque, nonostante un fato avverso che sembra voler bloccare ogni mia iniziativa, raggiungo la costa del mare di Búðagrunn, che è la meta del mio pellegrinare: posso finalmente iniziare il viaggio odierno.

Il tempo, se è possibile, peggiora: il vento, la pioggia e un'impenetrabile nebbia sono il mio unico contatto con l'ambiente circostante. Non oso pensare alla possibilità di abbandonare l'auto che riesce a darmi la medesima sicurezza che una zattera darebbe ad un naufrago in un mare in tempesta. Lì fuori potrei sopravvivere solo pochi minuti. Il ricordo di quanto letto in precedenza mi ritorna nella mente. So di essere sul mare, ne sento l'odore ma... non riesco a vederlo. Davanti a me immagino stagliarsi le alte falesie di basalto che riflettono se stesse nelle oscure e spumeggianti acque di un mare in tempesta. Nulla di ciò mi è consentito, non vedrò quello descritto come uno dei tratti di costa più belli dell'intera Islanda. La strada, tortuosa, continua a salire e di pari passo la nebbia ad infittirsi. Ormai arranco a non più di venti chilometri orari: le curve, l'asfalto reso viscido dalla pioggia e le alte scogliere a strapiombo mi inducono alla prudenza. Forse però il mare non è più così vicino. Il percorso potrebbe aver deviato verso l'interno facendomi raggiungere e superare un passo di montagna mentre ora, da qualche chilometro, sto percorrendo un tratto in discesa e la nebbia, che inizia a diradarsi, consente nuovamente di rimirare una costa lontana.

Mi ritrovo ancora sul mare, la pioggia è terminata e con essa la bruma. La strada 574 costeggia infinite e deserte spiagge la cui genesi vulcanica è scritta nel colore della sabbia, un grigio cenere che racconta di antiche eruzioni. Mi fermo, voglio immergere le mie mani in quell'acqua scura per saggiarne la temperatura. Per noi, abituati alla calca dei lidi mediterranei, sembra impossibile una distesa così enorme di rena e nessun ombrellone a spezzarne la monotonia, niente grida di bambini a rincorrere palloni, niente racchette, niente “venditori di cocco”. Solo una misteriosa serie di orme, che immagino lasciate da fantastici animali, si allunga fino a scomparire nell'acqua. Il mare è insolitamente calmo in questa baia protetta e il lento movimento della risacca mi permette di arrivare fino a riva e di immergere le mani. L'acqua non sembra fredda come immaginavo ma la temperatura esterna non invita comunque ad un bagno. Ecco il perché della solitudine di questi lidi.

Riprendo il cammino in direzione della cittadina di Hellnar dove so aspettarmi spettacolari scogliere basaltiche, grotte di lava e infinite distese di morbidi muschi multicolori. Ma è dopo una curva, con la strada in leggera salita, che improvvisa, l'alta ed ininterrotta parete rocciosa che sulla destra segna il confine dell'altopiano dello Snæfell, la terra si apre. Una profonda fenditura spezza la roccia e penetra la montagna. Non è la prima volta che ho l'opportunità di osservare una simile struttura, già durante il primo trasferimento ne avevo parzialmente esplorata una (vedi “Secondo giorno da Reykjavik a Laugar”) Il fenomeno geologico, che sembrerebbe abbastanza diffuso, è forse causato dal repentino raffreddamento e dalla conseguente contrazione dei giganteschi fronti lavici che qui caratterizzano spesso il paesaggio o da faglie secondarie messe in moto da oscure forze endogene. Da essa, come da una recente ferita, fuoriesce un copioso rivolo di gelida acqua: è il "sangue" del ghiacciaio che sciogliendosi corre verso il mare. Non posso farne a meno, il buio dell'antro è un irresistibile richiamo. Fermo la macchina e mi incammino lungo il sentiero mentre un vento freddo sembra volermi sbarrare il passo. Man mano che mi avvicino la montagna sembra aprirsi come ad invitarmi, il vento si placa, la temperatura repentinamente cala e il buio comincia ad avvolgermi. Sono dentro la Madre Terra.

Continua...

Click sulle immagini per ingrandire

1. Dalla finestra


2. il fiordo di Hrútafjörður


3. Pioggia, nuvole basse e neve


4. La strada sterrata


5. Tracce sulla sabbia

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