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Sapevo che questo in Islanda sarebbe per me stato un viaggio iniziatico ma non mi aspettavo un finale così denso di immagini simboliche. Mi ritroverò a concludere la mia esperienza lì in quei luoghi dove la Terra, rigenerandosi, partorisce se stessa: la faglia della dorsale medio atlantica che emerge dalle profondità marine proprio nel Þingvellir National Park (foto 1) tra geyser, laghi dalle acque cristalline e profonde fratture che penetrano nel suolo.


1. Panoramica sul Þingvellir National Park

Settimo giorno - Ho lasciato di buon ora Skulagardur e lo spartano rifugio della River Guesthouse. Mi attende un'intera giornata di viaggio che, se tutto andrà bene, mi condurrà, a ritroso, lungo strade già percorse fino a Rejkyavik e al grande uccello d'acciaio. Concluderò così la mia personale migrazione tornando giù a sud a “rimirar la stella” e a goder del suo tepore estivo. Questa terra non vuole smentirsi e l'intero tragitto lo percorro sotto un “cielo di piombo(foto 2 e 3) tra scrosci d'acqua più o meno intensi e con la paradossale situazione di farmi ritrovare la tanto agognata notte proprio quando invece avrei gradito una bella e più tranquilla giornata di luminoso sole. Decido, sapendo che però così percorrerò qualche centinaio di chilometri in più, di non abbandonare il sicuro nastro d'asfalto della S1 (la strada statale ad anello che percorre il periplo dell'intera isola), per le più brevi ma perigliose strade sterrate dell'interno; mi sono bastate le esperienze fatte all'andata per smorzare la mia innata voglia di avventura. I chilometri scorrono veloci, rivedo paesaggi e scorci ormai familiari e giungo nella capitale a pomeriggio inoltrato. Ritrovo la Guest House del primo giorno e mi sistemo per la notte.


2. L'inconfondibile clima islandese


3. L'inconfondibile clima islandese

Ottavo e ultimo giorno - Questa sera prenderò il volo che mi riporterà a casa ma, prima che ciò accada, mi concederò un'ultima escursione per ammirare ancora qualcuno di quei fenomeni geologici che caratterizzano l'Islanda: i geyser e le faglie attive del Þingvellir National Park. In ogni angolo d'Islanda è possibile riconoscere la natura vulcanica di questa terra. Ogni pietra, ogni corso d'acqua, ogni altopiano, ogni valle e lo stesso mare con le sue spiagge nere e le scogliere a picco raccontano il tormento e la violenza della propria origine ma ci sono dei punti dove queste evidenze diventano ancora più palesi: uno di questi luoghi è la zona sud dell'isola, lì dove la dorsale medio atlantica risale dal buio degli abissi oceanici. L'intera area, nota anche con il nome di “Circolo d'Oro”, gode di un clima particolarmente favorevole forse dovuto alle residue energie che la Corrente del Golfo ancora è in grado di cedere dopo il un viaggio di oltre 10.000 km.

Lascio Rejkyavik di buon mattino e percorro, finalmente in una bella giornata di sole, i circa 150 chilometri che mi separano da Geyser, la località che da il nome al noto fenomeno geologico. Il viaggio è comodo anche perché l'intero percorso è formato da strade asfaltate ed è punteggiato da motel e punti di ristoro. Come già in passato è accaduto, mi rendo conto di essere arrivato quando compare un'ampia area di sosta circondata da numerosi edifici dove il turista, che qui è particolarmente coccolato, può trovare tutto quello che gli occorre: ristoranti, informazioni, souvenir e qualche piccola ma accogliente pensione. Parcheggio l'auto, attraverso la strada e inizio a seguire il flusso degli altri escursionisti che certamente mi condurrà alla mia meta: i geyser. La stradina sterrata, in leggera salita, costeggia un canale dove scorre, tra sassi e rocce ricoperte di concrezioni sulfuree dai colori sgargianti, un rigagnolo d'acqua. Un cartello, scritto in varie lingue, sconsiglia di bagnarsi perché, in alcuni momenti, quell'acqua può raggiungere temperature estremamente elevate. Man mano che salgo verso la cima della collinetta numerose buche, anch'esse colme di acqua in ebollizione, emettono piccoli getti di vapore (foto 4 e 5). Mentre lentamente procedo, fermandomi spesso per qualche foto, improvviso e senza alcun segno premonitore o suono che lo preceda, un potente getto d'acqua schizza nel cielo raggiungendo un'altezza di oltre trenta metri. Sono ancora lontano ma lo spettacolo è comunque impressionante. Accelero il passo e raggiungo un pianoro dove noto, protetto da un recinto di sicurezza, una enorme pozza d'acqua di un intenso colore blu (foto 6). A tratti il livello della superficie fluida varia alzandosi ed abbassandosi di alcune decine di centimetri come se un grosso mantice dal profondo aspirasse e poi pompasse fuori l'acqua di questa vasca. È il respiro di Gaia. Passano i minuti senza che succeda niente poi, improvviso, il fenomeno mi si presenta nuovamente in tutta la sua maestosità. Il potente getto, in un paio di secondi, raggiunge il suo apice spingendosi nel cielo per ricadere, sotto il suo stesso peso, in una cascata sospinta dal vento (foto 7 e 8). Tutto inizia e finisce rapidamente lasciandomi totalmente di stucco ed incapace anche di un solo scatto fotografico. Poco male aspetterò il prossimo getto visto che l'intervallo temporale del fenomeno è di circa 10 minuti. Mi trattengo il tempo necessario ad ammirare, per ancora un paio di volte, lo spettacolare evento per poi ritornare all'auto lasciata al parcheggio. Prima del rientro voglio passare per l'ultima delle meraviglie geologiche che ho programmato di vedere: la parte emersa della dorsale medio atlantica, l'attrazione più apprezzata del vicino Þingvellir National Park.


4. Le piccole pozze ribollenti


5. Le piccole pozze ribollenti


6. Il geyser a riposo


7. Il geyser in azione


8. Il geyser in azione

Risalgo in auto e mi avvio lungo la strada. Il panorama velocemente cambia, le aspre montagne si trasformano in bassi e verdi pendii che si riflettono nelle limpide acque di numerosi laghi (foto 9 e 10). Dopo averne costeggiato alcuni giungo finalmente a destinazione. Proseguo a piedi lungo uno stretto e tortuoso sentiero che si snoda tra la vegetazione. L'avanzare non è certo agevole anche perché il tragitto è percorso, in ambedue i sensi, da un ininterrotto flusso di persone. All'improvviso la vegetazione termina lasciandomi nuovamente allo scoperto su una sorta di terrazza dalla quale posso affacciarmi su quello che si potrebbe definire un basso canyon, una sorta di lungo viale, quasi rettilineo, protetto ai lati da due pareti di roccia perfettamente verticali alte svariate decine di metri (foto 11). Sono nel centro della faglia e sto camminando sul fondo della dorsale medio atlantica (foto 12). La cosa fantastica è la consapevolezza che quella è una linea di confine; la parete alla mia destra è parte della placca nordamericana e la parete sinistra è l'inizio della placca europea. Io sono nel mezzo in una sorta di “terra di nessuno” dove, di fatto, il pianeta genera nuova terra e allarga la distanza tra i due continenti. E' in quel momento che, ancora una volta, capisco quanto io e tutti gli uomini siamo insignificanti al cospetto della maestosità di Gaia. Percorro la lunga frattura e, scavalcando una recinzione, proseguo ben oltre il percorso turistico (foto 13). Le due pareti cominciano ad avvicinarsi rendendo il canyon sempre più stretto mentre il suolo che calpesto comincia ad essere inclinato verso il basso (foto 14). Ad un tratto, in alto, il cielo scompare, le pareti convergono fondendosi ed il percorso continua nel buio di una stretta gola sotterranea (foto 15). Improvvisamente la temperatura cala ed un tappeto di neve, sporcata e resa scura dalla polvere delle rocce circostanti, ricopre il pavimento (foto 16). Mi spingo all'interno nel caos di massi e rocce spezzate fino al punto in cui il passaggio mi è impedito (foto 17). Sono arrivato in uno dei punti dove la grandiosa faglia termina; almeno fino al prossimo terremoto.


9. Uno dei laghi del Þingvellir National Park


10. Ambienti lacustri del Þingvellir National Park


11. La faglia della dorsale medio atlantica


12. La faglia della dorsale medio atlantica


13. La faglia della dorsale medio atlantica


14. La faglia della dorsale medio atlantica torna sotterranea


15. La faglia della dorsale medio atlantica torna sotterranea


16. La faglia della dorsale medio atlantica torna sotterranea


17. La faglia della dorsale medio atlantica torna sotterranea

Il mio viaggio in questa terra ai confini del mondo è terminato, ancora qualche ora e lo stesso aereo che mi ha condotto qui mi riporterà nuovamente a casa. I miei sentimenti sono contrastanti e una parte di me non si sente ancora pronta a partire: vorrei restare! Chissà quante cose non ho visto e se mai riuscirò a tornare per calcare nuovamente le lande del nord. So che mi mancheranno le immense valli glaciali, gli alti bastioni di lava, gli infiniti vulcani e le belle cascate di gelida acqua. Mi mancheranno le escursioni tra le aspre e deserte montagne, i piccoli branchi di pecore selvatiche (foto 18 e 19) e le tante vasche termali dove immergersi mentre fuori il vento sferza la brughiera. Mi pentirò di essere venuto via senza riuscire a vedere la magia di un'aurora boreale e il volo della Pulcinella di mare (foto 20), di non aver udito il canto della balena nei profondi fiordi della costa e il richiamo della nobile Orca mentre in branco si sposta. Sono certo però che le visioni di questo breve periodo resteranno impresse nella mia mente fino all'ultimo dei miei giorni. Grazie Islanda.


18. Piccoli branchi di pecore selvatiche


19. Piccoli branchi di pecore selvatiche


20. Esemplare impagliato di Pulcinella di mare esposta nel centro di informazione turistica di Rejkyavik

Fine...

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