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La conca di Agnano è il più antico cratere del terzo periodo eruttivo dei Campi Flegrei (8.000-3.900 anni fa). Collassato a ovest e a nord a causa della successiva formazione dei crateri della Solfatara e degli Astroni, culmina a Sud-Ovest nel Monte Spina e ad Est nel monte Sant'Angelo di Napoli, la sua circonferenza misura 6,5 Km.

Fin dall'antichità questo luogo è stato frequentato soprattutto a scopo terapeutico per la presenza di fenomeni di vulcanesimo secondario (sorgenti termali, fumarole, solfatare...). Sulle pendici del Monte Spina sono visibili i resti di un impianto termale di epoca romana risalente al I-II sec. d. C. comprendente un apodyterium, il frigidarium, gli ambienti caldi (tepidaria, calidaria e laconica) ed una serie di cisterne intercomunicanti. Il complesso, vera e propria stazione di sosta per chi percorreva la via Neapolis-Puteoli, era alimentato dall'acquedotto augusteo del Serino e sfruttava le sorgenti di calore naturale provenienti dal sottosuolo.

Il bacino ha ospitato fino al 1870 un lago (prosciugato artificialmente), comparso intorno all'XI secolo in seguito a fenomeni legati al bradisismo ed alimentato da ben 75 sorgenti termominerali con temperature sino a 75° C. Alfonso I d'Aragona trasferì in quelle acque la macerazione del lino e della canapa che prima avveniva al di là del ponte della Maddalena nella zona delle Paludi, ciò contribuì ad inquinare lo specchio lacustre e a rendere l'aria insalubre, ovunque imperversava la malaria. Basti pensare che le mortifere esalazioni provenienti dal lago obbligarono i monaci dell'eremo dei Camaldoli nei mesi estivi a trasferirsi in un altro convento più piccolo (situato sulla costa orientale che declina verso la Pigna) costruito appositamente per gli eremiti infermi e che prese il nome di Camaldolilli. Nel 1789 fu istituito un blocco sanitario all'altezza dell'attuale via Giulio Cesare a Fuorigrotta così come attesta una stele in piperno inglobata nel muro di recinzione dell'istituto scolastico "Silio Italico": per ordine di Ferdinando IV re di Napoli e di Sicilia in quel punto dovevano fermarsi carri e bestie "che fanno ritorno dalla maturazione de canapi e lini seguita nel lago di Agnano".

Questo scenario apocalittico non frenò i numerosissimi viaggiatori stranieri che nei secoli passati visitarono queste contrade attratti in particolare da un curioso fenomeno che avveniva in una piccola ed antichissima cavità artificiale situata sulle sponde del lago, soprannominata "Grotta del Cane". Con qualche spicciolo era possibile assistere ad un barbaro spettacolo: un cane di piccola taglia veniva posto col muso sul pavimento della cavità mostrando pochi secondi dopo chiari segni di asfissia, solo riportandolo immediatamente all'aperto o gettandolo nelle vicine acque del lago lo si strappava a morte certa. Ma la sua "resurrezione" preannunciava ulteriori calvari, il triste spettacolo sarebbe stato replicato. Diverse specie animali persero la vita in quel buco di morte per il solo diletto degli esseri umani! (fig. 1)

Il medico fisico Pasquale Panvini invece decise di sperimentare su se stesso gli effetti della terribile "mofeta" (acido carbonico che fuoriesce da fratture del sottosuolo) che a causa del suo peso specifico maggiore dell'aria si accumula solo nella parte bassa della grotta: "Avendo io conosciuto, che il cane non restava istantaneamente colpito da questo gas, come avea inteso raccontare, volli io stesso farne l'esperienza: abbassatomi infatti nel mezzo della grotta colla faccia a contatto del suolo, mi trattenni a respirare quel gas per lo spazio di dieci secondi, avendo eseguito nove intiere respirazioni fino a tanto che non soffrii un positivo incomodo. Gli effetti, che provai furono in principio de' leggieri pizzicori agli occhi, ed un prurito al naso; indi un senso di formicolamento nelle gambe, nelle braccia, e nella faccia, e finalmente un'affannosa e stentata respirazione , che mi avvertì di non poter più a lungo continuare impunemente la mia esperienza..." (da "Il forestiere alle antichità e curiosità naturali di Pozzuoli", 1818).

Un interessante esperimento fu condotto nella seconda metà del '700 da Simone Stratico, docente di Matematica, Teoria Nautica e Fisica Sperimentale all'università di Padova, i cui risultati furono riportati in un manoscritto redatto tra il 1783 e il 1784 erroneamente attribuito a Volta: "Io feci molte osservazioni in quella grotta, tra le quali era, che l'ago magnetico perdeva la sua polarità, ma ciò non dipendendo dal Gas, siccome osservai col Gas artefatto, è chiaro che il fenomeno doveva attribuirsi a qualche miniera di ferro nascosta ne' contorni della grotta..."

Ma chi scavò quell'ipogeo e perché? Cosa cela il suo fondo in cui per oltre 2000 anni nessuno ha potuto mettere più piede?

Nel 2001 lo speleologo Rosario Varriale del Centro Ricerche Speleologiche di Napoli, con adeguate attrezzature (fig. 2), e dopo un complesso e faticoso lavoro di pulizia, penetrò nella cavità attraverso un dromos lungo circa 10 metri. La sorpresa più grande è stato il rinvenimento alla fine del corridoio di una camera ipogea di circa 32 mq, in parte ostruita, che sui bordi presentava un gradino o "passeggiatoio". Sul fondo erano visibili tracce di cocciopesto. In un angolo della camera, in alto, un tempo doveva aprirsi un pozzo o lucernaio. La temperatura all'interno raggiungeva i 60° C. In calce all'articolo è possibile visionare alcuni interessantissimi dati sull'intervento di recupero e i rilievi della cavità eseguiti da Rosario Varriale con rielaborazioni di Libero Campana (fig. 3, 4 e 5).

Si è ipotizzato che l'uso primario del manufatto fosse stato quello di un sudatorio o di un bagno termale risalente al III-II sec. a.C., a quel tempo la famigerata "mofeta" non doveva ancora essersi liberata o forse qualcosa ne evitava l'accumulo...

Un'altra affascinante ipotesi è quella che immagina la grotta collegata alle strutture di età ellenistica, risalenti al IV-III sec. a.C., rinvenute nella conca in seguito alla bonifica: l'antica città sommersa visibile nelle profondità del lago che ammaliava i viaggiatori di ogni tempo. Si tratta di un imponente muro in blocchi di tufo a gradoni, forse connesso ad una costruzione monumentale posta sulla terrazza superiore. Un tempio? Questo spiegherebbe la presenza di statuette votive rinvenute in loco. E la Grotta del Cane poteva avere una funzione cultuale collegata al sacro edificio? Solo ulteriori e più approfonditi studi (e soprattutto una nuova campagna di scavo) potranno forse svelare l'enigma...

Una curiosità: sui conci di tufo del muro, semisommerso da una sorgente termale (60° C) ancora oggi utilizzata a fini terapeutici, è possibile osservare una serie di segni graffiti (fig. 6 e 7), gli stessi presenti sull'antica murazione greca (IV sec. a.C.) di Neapolis visibile a piazza Cavour (fig. 8 e 9) e riconosciuti come le firme delle maestranze neapolitane che lavoravano la pietra. Chi costruì le inespugnabili mura di Neapolis fu chiamato anche ad innalzare le più antiche strutture di Agnano...

Grazie al lavoro dei volontari del Gruppo Archeologico Napoletano (GAN), che in collaborazione con l'Ente Terme di Agnano S.p.A. e il Comitato Civico Pendio-Agnano e su autorizzazione della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei hanno ripulito recentemente da vegetazione e rifiuti le Terme romane di Agnano, periodicamente è possibile visitare l'intero complesso archeologico. La visita guidata è gratuita.

 

(fig. 1)

 

(fig. 2)

 

(fig. 3)

 

(fig. 4)

 

(fig. 5)

 

(fig. 6)

 

(fig. 7)

 

(fig. 8)

 

(fig. 9)

Le foto del complesso archeologico di Agnano e le nuove terme

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