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La linea dei due musei

Relazione speleo-archeologica

Nel 2001 realizzammo, come CSM (Centro Speleologico Meridionale), uno studio speleo-archeologico sulle innumerevoli strutture sotterranee ubicate lungo il tracciato che collega il Museo Nazionale al Museo di Capodimonte. L'esplorazione dei luoghi e la successiva stesura della relazione doveva essere di supporto ad una ipotesi progettuale che il Comune di Napoli aveva in corso di studio: progetto che prevedeva la realizzazione di un collegamento su ferro (funicolare a corda o a cremagliera) che collegasse i due maggiori musei napoletani.

Di seguito un estratto (solo testo) della relazione conclusiva delle indagini speleo-archeologiche. E' anche disponibile, in formato PDF, la versione integrale con le schede dei singoli ambiti sotterranei studiati e corredata da numerose foto a colori. Per accedere alla versione completa è necessaria la registrazione a Napoli Underground che ricordiamo essere completamente gratuita. Dopo essersi registrati ed aver eseguito il LogIn la relazione potrà essere scaricata dalla Biblioteca di Napoli Underground nella sezione Speleologia Urbana.

Buona lettura

 

PREMESSA

La linea dei due musei è un viaggio culturale dall’archeologia all’arte moderna. Il Museo Nazionale, scrigno di reperti ed opere risalenti alle origini della città, sarà collegato al Museo di Capodimonte dove sono esposte opere di tutte le epoche e di tutte le correnti. Questi due musei, che hanno un denominatore comune perché entrambi voluti, arricchiti o lasciati dai Borbone, saranno uniti da una linea che, partendo da Piazza Cavour, una volta considerata “extra moenia”, attraverserà la “Valle dei Morti” e, tutta in sotterraneo, arriverà a Capodimonte per poi spingersi fino ai Colli Aminei, andando così ad integrare la Metropolitana Collinare, che per questa zona è carente. Anche se in sotterraneo sarà una passeggiata nella storia: dalla città greca, le cui mura sono ancora visibili in Piazza Cavour alle spalle del grosso palazzo comunale, attraverso la Sanità, i Miracoli, il Moiariello, il Parco di Capodimonte, la Reggia di Capodimonte ed i Colli Aminei, fino al capolinea della nuova metropolitana. In pochi minuti saranno collegati luoghi che si sono sviluppati in oltre 2500 anni; tutti pregni di vestigia uniche al mondo, vestigia o racchiuse nei due musei o nel sottosuolo attraversato da questa linea.

Napoli, si sa, è una città che fin dalle origini ha sempre avuto un feeling con il suo sottosuolo; è la città partorita dalle sue stesse viscere: ogni palazzo, costruito fino al 1885, aveva il suo negativo nel sottosuolo dal quale era stato estratto il tufo per la costruzione del palazzo stesso. Le mura greche di Piazza Cavour al 90% furono costruite con il tufo estratto dalla cava greca scoperta, nel 1981, sotto il cimitero di Santa Maria del Pianto; sui blocchi costituenti quelle mura e sulle pareti della cava sono ben visibili gli stessi graffiti (vedi foto 1 e 2). La Sanità, i Vergini, i Miracoli anticamente costituivano la “Valle dei Morti”, in essa per secoli i Greci interrarono i propri defunti in ipogei di famiglie aristocratiche (vedi foto 3, 4 e 5), in sepolcri a schiera (vedi foto 6) o in sepolcri singoli (vedi foto 7); continuarono i Romani, riutilizzando a volte gli antichi ipogei greci (vedi foto 8 e 9), e costruendone di nuovi, e finirono i Cristiani che lasciarono in loco numerose catacombe, anch’esse uniche al mondo, perché si sviluppano in orizzontale a differenza di quelle trovate in altre città che si articolano in verticale.

Molti sono a Napoli gli ipogei e le tombe greche, quasi tutti risalgono all’arco di tempo che va dal IV secolo a.C. alla metà del III secolo a.C.; tutti sono stati trovati casualmente durante i lavori per la costruzione di manufatti utili all’uomo e quasi tutti depredati e distrutti. I progettisti della “Linea dei Due Musei”, ed a maggior ragione L’Ufficio Difesa del Suolo (è insito nel nome stesso), vogliono non solo che in alcun modo neanche una pietra di tali capolavori sia toccata, ma che la costruzione della linea dia lustro alla zona che attraversa, valorizzando questi reperti quasi tutti dimenticati ed abbandonati. Corre l’obbligo, quindi, parlare, anche se sommariamente, di questi ipogei perché la maggior parte di essi ricade proprio nella zona attraversata dalla “Linea dei Due Musei”, e perché non si vuole, ancora una volta, far perdere ogni traccia di essi, com’è avvenuto per alcuni di quelli che andremo a descrivere.

 

IPOGEI GRECI

Gli ipogei saranno elencati in funzione del loro stato di conservazione:

Ipogeo di Via dei Cristallini 133
Fu scoperto dai pozzari sotto il palazzo di Giovanni Di Donato a circa metri 10 di profondità; è costituito da quattro blocchi simili, tutti partenti da un corridoio (vedi foto 10), e tutti formati da vestiboli superiori (vedi foto 12) collegati con una scala “dromos” (vedi foto 11) agli ipogei inferiori (vedi foto 13 e 14). Il primo blocco ha il vestibolo quasi intatto, mancano sette tavolette sulle pareti, l’ottava, invece, è in sito ed è in marmo (vedi foto 15). L’ipogeo inferiore ha sulla parete destra un varco di circa tre metri praticato dai cavamonti che distrussero anche tre tombe; da questo varco si passa al secondo blocco che ha l’ipogeo completamente distrutto e senza tombe, qui entrarono i pozzari, mentre il vestibolo è tra i più belli con tavolette, lapidi, urne funerarie, affreschi ed are. Il terzo blocco ha il vestibolo che, a differenza degli altri che hanno la volta a botte, ha la volta a tettoia, divisa in sette cassettoni rettangolari per ogni spiovente e poggianti su una cornice con dentelli; mancano alcune tavolette sulle pareti (vedi foto 16). Scendendo le scale si arriva all’ipogeo, intatto, perfetto, con i letti funebri, gli stucchi, i bassorilievi e gli affreschi che sembrano essere stati finiti da poco. E’ unico al mondo, se si tiene conto che di affreschi greci se ne conosceva solo uno e di modeste dimensioni, a Paestum nella “Tomba del Tuffatore”. Il quarto ed ultimo blocco ha il vestibolo con la volta in muratura, mancano gli affreschi e le tavolette; scendendo per il dromos, si giunge all’ipogeo, completamente diverso dai precedenti, in quanto sulle pareti, al posto degli affreschi, presenta delle nicchiette (colombari) caratteristiche delle sepolture romane; il che avvalora l’ipotesi che molti ipogei greci furono riutilizzati dai Romani.

Ipogeo di Vico Traetta alla Sanità 2
Sempre i pozzari incontrarono questo complesso di ipogei ad una profondità che va da metri 7,40 a metri 10 e vi fecero scempio. La situazione che si presenta fa presumere che questi ipogei mancassero di vestibolo ed avessero tutti accesso con scale da un corridoio che ha la parete, da cui partono le scale “dromos” (vedi foto 17), scolpita con colonne doriche (vedi foto 18 e 19). Le camere sepolcrali anche qui sono quattro: la prima fa ancora intravedere ciò che resta dei letti funebri (vedi foto 20), gli stucchi sulle pareti sono scomparsi, importantissimo, invece, è il dromos che è ancora ricoperto dai lastroni di chiusura (vedi foto 21). Chi sa cosa c’è sopra. La seconda camera sepolcrale è priva di letti funebri “pulvinari”, ma sulle pareti ancora si vedono stucchi ed affreschi (vedi foto 22, 23, 24 e 25). La terza e la quarta camera sepolcrale costituiscono la copertura di una cisterna (vedi foto 26), su ciò che resta delle pareti si vedono i due accessi ai dromos, uno dei quali sembra ancora coperto dai lastroni. A questi ipogei si accede anche da Via Arena alla Sanità 21, da quest’ingresso le scale, costruite dai pozzari, hanno tagliato numerose tombe a schiera (vedi foto 27) e singole di cui una costituisce oggi la copertura della stessa scala (vedi foto 7).

Ipogeo di Via Santa Maria Antesaecula 126, a sinistra
Anche questo fu scoperto dai pozzari a circa 10 metri di profondità e devastato.In quest’ipogeo ricompare il vestibolo che presenta un’ulteriore cornice che divide le pareti in due settori nei quali si vedono nicchie ed incassi che dovevano contenere urne e tavolette. Il dromos è stato tagliato dalla scala dei pozzari; proprio da questa scala oggi si entra in uno degli ipogei; questi ha ancora sulle pareti e sulla cornice stucchi ed affreschi (vedi foto 28, 29 e 30); ha una delle pareti in muratura (vedi foto 31); da un’apertura su una parete si accede ad un ipogeo confinante di cui resta solo la volta e la cornice.

Ipogeo di Via Santa Maria Antesaecula 126, a destra
Sempre a metri 10 di profondità c’è l’ipogeo che doveva essere il più bello ed aristocratico. Manca il vestibolo, perché distrutto per la costruzione del palazzo sovrastante. C’è il dromos il cui accesso è sormontato da due statue scolpite nel tufo (vedi foto 32): Completa è la devastazione nell’ipogeo vero e proprio.

Ipogeo di Via Settembrini 16
Sempre trovato dai pozzari a circa 20 metri di profondità, doveva essere il più antico, vista la vicinanza alle mura greche. Il complesso ha un vestibolo-corridoio comune (vedi foto 33) dal quale partono due accessi che conducono nei due ipogei a livello con il vestibolo. Il complesso fu costruito al limite tra il tufo e l’incoerente per ciò le camere sepolcrali hanno le pareti di fondo costituite da blocchi greci messi a coltello, sì da mostrare quadrata la faccia a vista (vedi foto 34); la cornice, da cui parte la volta a botte, è arricchita da dentelli. Una particolarità, s’ipotizza, nei letti funebri: essi, per la mancanza del tufo, non erano scavati in questo materiale, ma fatti con travi di legno attestate nelle pareti e sorrette da basamenti ancora ben visibili negli angoli della camera sepolcrale stessa (vedi foto 35); sui basamenti, infatti, sono ancora visibili l’impronta delle travi e, proprio in corrispondenza dell’impronta, si vedono i fori nelle pareti, incastro per le travi che dovevano essere ricoperte di tavole, come evidenzia il dentello, lungo la parete, sul quale poggiavano. Sulla cornice di una delle camere sepolcrali sono ancora presenti resti di affreschi (vedi foto 36 e 37). S’ipotizza che il corridoio-vestibolo desse accesso ancora ad un terzo ipogeo.

Ipogeo di via della Sanità 6
Fu scoperto, a circa metri 11 di profondità, allorché si posarono le fondazioni del palazzo sovrastante; mancano il vestibolo ed il dromos; vi si accede direttamente da un lungo scantinato. L’ipogeo ha la volta a botte attestata sulla cornice e presenta in una parete un foro, completamente ostruito da detriti, che doveva condurre in ipogei confinanti (vedi foto 38).

Ipogeo del Supportico Lopez 32
E’ il più vicino al tracciato (vedi allegati G4 e G5). La sua posizione, a dieci metri di profondità, lungo la scala d’accesso al ricovero, farebbe pensare che sia stato scoperto durante i lavori per l’allestimento del ricovero durante la seconda guerra mondiale. Ciò che resta di quest’ipogeo è così poco che non giustifica quest’ipotesi, tanti danni non potevano essere fatti in così poco tempo. Nel complesso è ancora visibile la camera sepolcrale, rettangolare, con volta a botte partente dalla cornice; non vi sono stucchi (vedi foto 39 e 40); il dromos, che parte da uno dei lati corti della camera sepolcrale, è completamente pieno di detriti e cocci (vedi foto 41) e fa ipotizzare la presenza del vestibolo che invece non c’è.

Ipogeo di Via Foria
Scoperto, nei pressi del civico 3 di via Foria, durante i lavori della direttissima Napoli-Roma, è forse quello meglio descritto, di esso, purtroppo si sono perse le tracce: “L’ipogeo cosiddetto di Epilutus si trovava a circa 20 metri di profondità dal piano stradale e risultava completamente scavato nel tufo. Da una scala di sette gradini e attraversando un piccolo corridoio, attraverso una porta di quasi un metro si arrivava nella camera funeraria (m 4.40 x 3,95, con una volta a botte alta nel punto massimo quasi 5 metri). Lungo le pareti erano sistemati cinque sarcofagi, alti poco meno di 80 centimetri. La cornice che correva lungo l’imposta della volta presentava le consuete decorazioni floreali, mentre al di sotto erano alcune pitture raffiguranti candelabri che reggevano lucerne. Al di sopra della cornice, erano rappresentati dei grappoli d’uva, melograni, pigne, pomi, uova; nell’arco d’imposta la decorazione prevedeva due medaglioni a cerchi concentrici rossi, azzurri e gialli. Tra gli oggetti recuperati erano vasi decorati, una lucerna fittile, uno specchio di bronzo ed un ago d’avorio. Infine, sulle pareti erano alcune iscrizioni, conferma del riuso tardo delle camere, che informavano l’appartenenza in età augustea del sepolcro ad Epiluto, sacerdote di Cesare Augusto, e alla sua stirpe. Vicino a questo sacello, era l’ipogeo cosiddetto di Epichares, scavato anch’esso nel tufo, ma più piccolo (m 3 x 6,50, con una volta a botte alta circa 4 metri). Addossati alle pareti erano otto sarcofagi, ricavati nel tufo e coperti con tegoloni. Non fu trovato nessun oggetto e le pareti non mostravano tracce di iscrizioni, soltanto si lesse un graffito dipinto in rosso sopra una delle pareti “Epichares”, probabile nome del defunto.”

Ipogeo di Via Fuori Porta San Gennaro 10
Anche di quest’ipogeo si sono perse le tracce, ma resta una dettagliata descrizione: “La camera, posta al civico numero 10 della strada, a 12 metri di profondità, fu scoperta nel 1926 in occasione dello scavo delle gallerie della direttissima Roma-Napoli. Invasa da uno strato di durissimo fango, fu esplorata solo in parte. Era costruita in muratura di tufo ed aveva pianta rettangolare (3,70 x 7 metri circa) ed era coperta con una volta a botte (alta poco più di tre metri e mezzo). Le pareti mostravano scarse tracce di pittura; nel sondaggio fu individuato solo un sarcofago, che conteneva due corpi.”

Ipogeo tra il Borgo dei Vergini e Porta San Gennaro
Di questo resta solo la descrizione: “Durante lo scavo di un pozzo idrico, tra i mesi di maggio e di luglio del 1790, furono trovate sotto il palazzo dei Signori Filippi, nel Borgo dei Vergini, ma ancora non si sa precisamente dove, due camere sepolcrali. Il re Ferdinando IV in persona, data l’importanza del ritrovamento, vi fece predisporre una sorveglianza particolare e chiese ad alcuni valenti eruditi della città, tra cui N. Ignarra e C. Rosini, di occuparsi del loro studio. Il primo ambiente (8 x 4,50 metri, con volta a botte alta 3,50 metri) era rettangolare e scavato completamente nel tufo. La camera conteneva 11 sarcofagi, ricavati direttamente nel banco tufaceo e chiusi da tegoloni. Su tutte le pareti si leggevano varie iscrizioni in greco dipinte in rosso, tuttavia l’attenzione degli studiosi dell’epoca fu richiamata da un epigramma funerario in onore di Eufron. In questa epigrafe, infatti, vi si leggeva la menzione di una theke Eunostideion vale a dire di un sepolcreto comune per i componenti della fratria degli Eunostidi, di cui Eufron era appunto uno dei membri. Accanto all’ipogeo di Eufron era la camera cosiddetta di Eudromos, più piccola e con solo sette sarcofagi lungo le pareti. Anche in questa camera sulle pareti c’erano molte iscrizioni, tra le quali quella di Eudromos, figlio di Gneo. Tra i vari oggetti recuperati allora, di cui resta una puntuale lista fatta da M. Ruggiero, erano uno specchio di bronzo, un cassettino, un vasetto di alabastro e 13 statuine di terracotta che rappresentavano per la maggior parte donne sedute e figure di Eros.”

Ipogeo di Via San Giovanni a Carbonara
Anche di questo resta solo la descrizione: “Nell’aprile del 1919, scavando una galleria per la metropolitana, furono ritrovate sotto il piano stradale di via San Giovanni a Carbonara due ambienti sepolcrali. Il primo, ricavato direttamente nel tufo, crollò in seguito ad una frana poco dopo la scoperta. Da una scaletta di sette gradini ed attraverso un breve dromos, si entrava in una stanza quadrangolare (m 6,50 x 6, con soffitto a cupola alto circa sette metri) che accoglieva dodici letti funebri, scavati nella roccia. Furono trovate, allineate sulla cornice che correva all’imposta della cupola, tre statuine femminili in terracotta, risalenti alla fine del IV secolo a.C. od al principio del III. Accanto al primo ipogeo se ne rinvenne un secondo, tuttavia di dimensioni più piccole, coperto con cupola e con quattro sarcofagi lungo le pareti. L’ispezione delle tombe permise di recuperare 18 balsamari, un’anforetta, due brocchette, frammenti di uno specchio e di uno spillo in bronzo.”

 

CATACOMBE


Un cenno meritano pure le catacombe della zona: le Catacombe di San Gennaro (vedi foto 42, 43, 44 e 45), le Catacombe di San Gaudioso (vedi foto 46, 47, 48, 49 e 50) e quelle di San Severo, elencate in ordine d’importanza. Non ci si dilungherà sulla loro descrizione, ma sul loro apporto alla formazione ed urbanizzazione della zona. I Romani, che avevano grande rispetto per i morti, consentendo una tomba anche agli schiavi, considerarono questa zona “pomerio” (post murum), luoghi al di là delle mura, sacri e liberi da costruzioni; essi qui utilizzarono non solo i sepolcreti greci, ma anche cave dimesse come luoghi di sepoltura. Esempi di tombe romane si trovano sia nelle catacombe di San Gennaro che in quelle di San Gaudioso dove sono visibili i colombari, di chiara fattura romana. La cultura del pomerio è completamente ribaltata dai Cristiani. L’incubazione, già praticata dai Greci e dai Romani, è esasperata dai Cristiani; pregare, ancor più dormire vicino al sepolcro di un defunto, meglio se è quello di un santo, si riteneva, e si ritiene, consentisse di parlare, incontrarsi nel sonno con il morto e riceverne consigli, responsi, guarigioni. In un certo qual senso anche l’incubazione aiutò a chiarire quale era la tomba di San Gennaro e quale quella di Sant’Agrippino; dilemma che trasse in inganno persino i Beneventani, compaesani di San Gennaro, che, entrati nelle catacombe, trafugarono le spoglie di Sant’Agrippino, confondendo la tomba di questi, più appariscente e più vicina all’accesso, perché al primo piano, con quella di San Gennaro. Si racconta che un paralitico, un certo Mauro, proprio un 19 settembre, si portò presso la tomba di San Gennaro dove si appisolò; il Santo gli comparve nel sonno e gli disse: “guagliò proprio ‘o 19 settembre vien’ a du me, nun ‘o saie che stu iuorn’ tenc’ nu sacc’ e cose ‘a fà; va, va scinne a du Sant’Agrippino, chillo sta senza fa nient’, dicce che te mann’ io, e vire che te fà ‘a grazia”. Il ragazzo così fece ed ottenne la grazia; del che è un affresco che dimostra il miracolo e l’ubicazione delle due tombe. A prescindere dal miracolo e dalla leggenda, la sovrappopolazione della città e l’incubazione cristiana portarono prima al fatto che vicino ai sepolcri dei santi sorgessero sempre più numerose le tombe dei Cristiani, poi che in quei luoghi, voluti liberi dai Romani,si erigessero conventi, basiliche e chiese, quindi che intorno a queste costruzioni nascessero le case dei Cristiani, i quali urbanizzarono il pomerio (la valle dei morti), creando il Borgo dei Vergini, la Sanità, i Miracoli ed oggi la Linea dei Due Musei.

 

CAVITA’ DELLA ZONA

La Linea dei Due Musei attraversa due quartieri, Stella e San Carlo All’Arena, che sono i più densamente scavati: 72 sono le cavità censite e rilevate nel quartiere Stella per una superficie totale di metri quadrati 157920, 78 quelle del quartiere San Carlo All’Arena per una superficie di 115683 metri quadrati; i dati sono solo parziali perché le cifre suddette si riferiscono a meno della metà di quelle effettivamente esistenti. Si evince pertanto che altrettante cavità sono ancora sconosciute e, purtroppo sono queste quelle che danno più fastidio in quanto si appalesano di solito solo in seguito a frane, voragini, crolli e dissesti. Tutte le 150 cavità di questi due quartieri hanno una storia; di esse si riportano qui di seguito solo alcune, le più importanti:

Cimitero delle Fontanelle
Nasce come cava ma la sua genesi di cimitero è legata ad un flagello che per millenni ha imperversato in questa zona : la “Lava dei Vergini”. Anticamente i morti erano interrati nelle chiese o congreghe che a Napoli si sa, specialmente nel centro storico, sono centinaia; esse comunque non riuscivano a far fronte alle richieste di nuove tombe, per cui quelli che interravano i morti nelle cripte delle chiese “i salmatari” trovarono un espediente: dopo i funerali dissotterravano le salme e le scaricavano nelle vecchie cave abbandonate della Sanità. Il 19 settembre del 1728, a seguito di un ennesimo nubifragio, la lava dei Vergini causò delle voragini lungo le strade della Sanità ed allagò completamente le cavità delle Fontanelle; cessato il temporale, le acque, rigurgitando dalle cave, sparsero per tutta la Sanità centinaia di cadaveri. Ci fu una prammatica che impose ai salmatari di ricomporre le salme nella cavità, di erigere un muro all’ingresso delle cave affinché l’inconveniente non avesse più a verificarsi, di riempire le voragini con sfabbricatura. Nel 1764 a seguito di una “carestia esterminatrice, il Cimitero delle Fontanelle fu destinato, dal Comitato di Pubblica Sanità, a seppellire i cadaveri della bassa popolazione, che non erano capienti nelle pubbliche sepolture delle chiese dell’interno della città”. Solo nel 1767 le strade che conducevano alle Fontanelle furono lastricate. Nel 1810, infine, il Praus così diceva tal: “sono talmente congegnate siffatte cave, e tra loro intarsiate in modo, e luminose, che sembrano di essere incise in tempi, che vi si cavò la pietra, con la prevenzione di poter un tempo servire agli usi di pubbliche sepolture”. Aveva perfettamente ragione e queste cave, dove numerose aperture permettono di illuminare tutti gli ambienti di quel tanto da consentire un discreto riposo ad antichi defunti, furono consacrate a cimitero. In esse furono riposte le salme di morti di altre pestilenzi e gli spurghi delle chiese dopo l’editto Saint Cloud. Centinaia di migliaia di scheletri sono sistemati nei tre rami della cavità che prendono il nome di navate, e precisamente: Navata dei Preti, dove furono riposte le ossa dei morti provenienti dalle chiese (vedi foto 51, 52 e 53), Navata degli Appestati (vedi foto 54 e 55) e Navata dei Pezzentielli, dove sono riposte le ossa di quei morti scaricati dai salmatari (vedi foto 56 e 57).

Le Cave della Marina o di violetto San Gennaro dei Poveri
Non interessano il tracciato, ma sono un esempio emblematico di scavi eseguiti senza una preliminare indagine nel sottosuolo. Sono le più estese, circa 45000 metri quadrati, oggi sono utilizzate come deposito di veicoli sequestrati. Negli anni ’70, durante i lavori della costruzione della Tangenziale di Napoli, un sondaggio le perforò. I Tecnici della tangenziale, non sapendo della loro esistenza, versarono per settimane in quel foro centinaia di metri cubi di calcestruzzo (vedi foto 58), fu così che oltre 2000 macchine rimasero immobilizzate nell’agglomerato (vedi foto 59, 60 e 61) ed oggi costituiscono un museo della tecnologia inutile. I Tecnici della tangenziale precorsero l’idea di Oriol Bohigas che voleva “convertire le grotte in un inutile e grottesco itinerario acquatico per raggiungere il tragico cimitero delle tecnologie obsolete” (vedi foto 62 e 63).

Vico Miracoli 40, Piazza Miracoli 23 ed Educandati femminili
Sono tra le poche cavità che interferiranno con la costruenda Linea dei Due Musei. Oltre 6000 metri quadrati di vuoti nei quali si incontrano cunicoli di antichi acquedotti (vedi foto 64, 65, 66 e 67), grosse cisterne, cave e cave adattate a ricovero (vedi foto 68, 69, 70, 71, 72, 73, 74 e 75) e scavi strani che andrebbero studiati (vedi foto 76 e 77). Sicuramente la stazione di Piazza dei Miracoli le taglierà; non è affatto un danno, sia che si vorrà murarle ed obliarle, sia che si vorrà utilizzarle. Già altre cavità di Napoli sono state attrezzate ed inserite in itinerari turistici; perché la stessa cosa non si potrebbe fare con le cavità di Piazza stessa cosa non si potrebbe fare con le cavità di Piazza Miracoli?

Parco di Capodimonte “Grotta di Maria Cristina”
A Napoli ci sono luoghi amati oltre che per la loro bellezza e la loro storia, anche per motivi sentimentali. Quando fu ristrutturato il Teatro Bellini, nell’occasione della prima, ci si rese conto che quasi tutti, guardando i palchi, pensarono alle tante volte che da ragazzi erano venuti al cinema per appartarsi con la fidanzatina; a molti si leggeva sul viso quell’attimo di abbandono a vecchi ricordi; chi non si è appartato nella Grotta di Seiano a Posillipo, chi non al Parco della Rimembranza e chi nel Parco di Capodimonte non ha fatto capolino nella “Grotta di Maria Cristina”? Quest’ultima fu la cava dalla quale si estrasse il tufo per la costruzione della regia. I Borbone amavano arricchire le loro dimore sullo stile del giardino di Stowe nel Buckinghamshire a circa 100 chilometri da Londra (una descrizione accurata di questi giardini,fatta da Thomas Whately, pubblicata a Parigi, era nella biblioteca della Casa Reale ed oggi è incorporata nella Biblioteca Nazionale). Nei parchi dei Borbone, quindi, a Capodimonte come nella Villa Floridiana, troviamo la grotta. Sembrerà strano, ma la Grotta di Maria Cristina del Parco di Capodimonte, conosciuta da tutti, non è stata ancora rilevata; nel suo ingresso i Borbone fecero inserire riproduzioni di reperti greci e romani; i rami di questa grotta, ampi ed in buone condizioni statiche (vedi foto 78, 79, 80, 81, 82, 83, 84 e 85), potrebbero essere utilizzati per mostre o rappresentazioni.

Parco SAIA ai Colli Aminei
Non ha storia questa cavità; le persone che la conoscono si contano sulle dita di una sola mano; una volta aveva accesso diretto dal Vallone San Rocco; l’ostruzione dell’accesso, fatta allorché si cominciò ad edificare nella zona, ne fece perdere tutte le notizie. La cava fu riscoperta allorché negli anni ’70 accadde, nel Parco SAIA, un grosso avvallamento; qualcuno, fortunatamente, ricordando che da questa cava partivano le fondazioni di molti palazzi del Parco, si ricordò pure che in un angolo del parco era stato chiuso un vecchio occhio di monte. L’occhio di monte fu riaperto e si poterono rilevare gli 8600 metri quadrati di vuoti. Si acclarò pure che nella cavità era stato portato un tubo per dare acqua per l’impasto del calcestruzzo occorso per le fondazioni; il tubo, chiuso con una valvola, resse per anni, ma poi la corrosione, la profondità e la pressione lo fecero scoppiare quindi esso slavò tutto l’incoerente della cavità, causando il cedimento (vedi foto 86 e 87). Perché si riportano qui queste brevi note? Perché proprio in questa zona la Linea dei Due Musei potrebbe incontrare vuoti non conosciuti.

 

INDAGINE CONOSCITIVA SUL TERRITORIO

Nella zona attraversata dalla Linea dei Due Musei, per le caratteristiche del suolo e poiché in essa il tufo è in molte parti affiorante, si scavarono numerose cave con accesso a raso e di esse molte furono riutilizzate per il culto dei morti, tra cui il Cimitero delle Fontanelle, le già citate catacombe di San Gennaro e San Gaudioso, le grotte di Vico Lammatari ed altre. Sempre in questa zona, dove verso il 1600 si erano trasferiti numerosi ordini religiosi, allorché in seguito iniziò l’urbanizzazione, sotto ogni palazzo furono scavate una miriade di cisterne pluviali; ed ancora in questa zona, poiché nei suoi pressi passavano due dei tre acquedotti che servivano la città, l’Acquedotto Claudio e l’Acquedotto del Carmignano, si scavarono una fitta rete di cunicoli e cisterne che portò sotto ogni palazzo l’acqua corrente del Serino e del fiume Faenza (oggi Isclero). Di tutti questi vuoti, liberi e praticabili fino alla fine del secolo scorso, solo una piccola parte è stata censita e rilevata, poiché, abbandonati allorché andò in uso l’acquedotto a pressione, 1885, ed usati come discariche delle macerie della seconda guerra mondiale, di essi si è persa ogni traccia. L’Ufficio Difesa del Suolo, sensibile alla tutela dei reperti archeologici tanto quanto alla difesa degli scavi di cave e d’acquedotti, nel trascorso mese d’aprile, ha iniziato nella zona una serie d’indagini affiancata da numerose prospezioni geologiche; le prime per evitare e salvare gli antichi manufatti, le seconde per conoscere le caratteristiche del suolo e per meglio andarvi a dislocare il tunnel della Linea dei Due Musei. Le indagini hanno acquisito il sapere e la conoscenza degli abitanti della zona, circa le condizioni del sottosuolo e relativamente a possibili ulteriori cavità non conosciute. L’area della ricerca ha interessato le seguenti strade: via Misericordiella, via Impagliafiaschi, via Fuori Porta San Gennaro, via Vergini, Supportico Lopez, Via Castrucci, vico Barbetta, via Miracoli, vico Croce ai Miracoli, Piazza Miracoli, vico Nunziatella ai Miracoli, vicoletto dei Miracoli, vico Tessitori, vico Tavernola, salita Miradois, area dell’Osservatorio Astronomico, salita Moiariello, via Sant’Antonio a Capodimonte, salita Capodimonte. Ovviamente le strade sono state considerate per la parte di contiguità con la “Linea dei Due Musei”. L’intervista diretta con gli abitanti, senza il filtro di un questionario, è stata lo strumento di rilevazione, la registrazione delle cose interessanti è stata appuntata contemporaneamente all’intervista. I soggetti intervistati sono stati gli abitanti con preferenza alle persone portatrici di sapere e d’informazioni sullo stato dei luoghi, o per lunga frequentazione degli stessi o per impegno amministrativo.

Di seguito si danno i risultati di quella ricerca:

Via Misericordeilla 26
L’amministratore riferisce che nell’edificio esiste un accesso a possibili cavità, al momento non censite né ispezionate; detto ingresso si presenta ostruito da materiali di risulta. Il condominio ha ricevuto l’ordinanza sindacale riguardante le cavità e si appresterebbe ad ottemperarvi; ha incaricato un professionista per il rilievo e quant’altro, ed i risultati sarebbero disponibili nei prossimi mesi.

Via Fuori Porta San Gennaro 15
Nel cortile (chiostro) dell’Arciconfraternita si nota una bocca di cisterna; Si conferma l’esistenza della cisterna, corrispondente per estensione al perimetro del cortile, con una profondità di sette\otto metri. In tempi recenti, la cisterna è stata ripulita dai materiali di risulta ed affittata. L’ingresso si colloca in via Impagliafiaschi al civico 11. Analogamente, la cappella dell’Arciconfraternita, confinante con via Misericordiella, presenta una cripta, dalle dimensioni del perimetro della Chiesa ad una profondità di sei\otto metri. Via Vergini,

Venerabile Arciconfraternita del SS Sacramento di Sant’Eligio Maggiore.
Trattasi di una cappella imponente, ma chiusa da diversi anni. Nessuna informazione al momento.

Via Vergini 62
Un condomino ci ha mostrato un bagno che sarebbe stato ricavato in parte su di una canna di pozzo. Il pozzo, dalla profondità di metri 15-20, attingeva in uno degli antichi acquedotti.

Via Vergini 56
Nel Cortile dell’edificio, entrando a destra, si nota una bocca di pozzo, in piperno, tompagnata. Un condomino riferisce che all’interno dell’unità immobiliare, di cui è proprietario, esiste una botola sul pavimento che immetterebbe ad una cavità mai censita né ispezionata. Un altro signore, incontrato in diversa sede, si dice sicuro che la cavità in discorso avrebbe collegamenti con quella di Supportico Lopez 32.

Supportico Lopez 32
Esiste una grossa ed articolata cavità. Molte persone la hanno indicata come il principale ricovero della zona. L’Amministratore riferisce che sarebbero stati fatti numerosi tentativi d’esplorazione, abortiti per mancanza d’attrezzature e paura dei ratti. L’accesso è sostanzialmente libero e dà luogo ad una scalinata apparentemente molto ripida.

Supportico Lopez 19
L’edificio sarebbe dotato di una grande cavità. Gli abitanti lo hanno confermato, rimandando all’Amministratore ogni ulteriore approfondimento. L’Amministratore dichiara di non aver ricevuto l’ordinanza sindacale ed essendo in funzione da poco tempo, di non essere a conoscenza della situazione.

Via Castrucci 4/B – 5 - Convento dei Padri Vincenziani
Il complesso edilizio dei Padri Vincenziani ha ingresso principale da via Vergini: E’ stato abbondantemente descritto nella pubblicazione del Prof. G. Fiengo e del Prof. F. Strazzullo “I preti della missione e la casa napoletana dei Vergini”. Padre Guerra afferma che detta pubblicazione è esaustiva anche delle condizioni del sottosuolo, perché il rilievo della cavità è stato già eseguito dai tecnici dell’Ufficio Sottosuolo, quindi ogni ulteriore approfondimento sarebbe inutile.

Via Miracoli 45
Esistono due canne di pozzo, mai ispezionate e censite, aventi una profondità di dieci\quindici metri. Dalla temperatura dell’interno della canna e dalla corrente d’aria che vi passa, si ricava l’impressione che ci si trovi di fronte ad una grossa cavità.

Via Croce ai Miracoli 1
Esiste un piano cantinato utilizzato come ricovero durante l’ultimo periodo bellico. Corre voce che detto locale sia collegato alle cavità degli educandati.

Via Croce ai Miracoli 28
Una botola sul pianerottolo della scala porterebbe ad un piano cantinato in cui potrebbero esserci canne di pozzo.

Vico Pacella ai Miracoli 19 - Vico Pacella ai Miracoli 25
Da questi due edifici si accederebbe ad un grande ricovero. Molte persone, intervistate, hanno dato questa indicazione. Gli ingressi non sono praticabili perché tompagnati. Per il civico 19 il passaggio tompagnato starebbe nel sottoscala. Per il civico 25 il passaggio tompagnato starebbe nel sottoscala dell’ingresso nel cortile, entrando a sinistra.

Vico Pacella ai Miracoli 39
Esiste accesso a cavità.

Salita Miradois tra i civici 9 e 9\A
Tra questi due numeri civici si nota un vano di accesso tompagnato, che presenta numerosi fori di areazione. Molti abitanti della zona hanno indicato questo vano come l’ingresso di un grande ricovero.

Salita Miradois 11
Da quest’edificio si accedeva ad un esteso ricovero. L’ingresso nel sottoscala è stato tompagnato. Un condomino sostiene che la cavità aveva altri accessi: da via San Marco a Miradois 24 e da Salita Miradois 9\A

Salita Miradois 25\28
Quest’edificio (F. 24, p.lla 460, sez. SCA), risalente al primo quarto del XVIII secolo, è sotto tutela del Ministero dei Beni Ambientali. La sua parte posteriore poggia direttamente sul costone tufaceo nel quale s’inerpica la Salita della Riccia. Gli intervistati riferiscono che in esso non esistono cisterne o cavità di sorta. Si riporta la notazione perché è impensabile che in un palazzo così antico e di tale importanza non ci sia neanche una cisterna pluviale.

Area dell’Osservatorio Astronomico
L’area dell’Osservatorio Astronomico presenta due grosse cavità già conosciute e censite. Non metterebbe conto di parlarne se non avessimo visto il servizio fotografico effettuato, a suo tempo, durante la rilevazione (anni ’70). Dalle fotografie emergono diversi passaggi tompagnati. Sembra che nessuno abbia proceduto a verificare oltre.

Salita Miradois 41
E’ senz’altro uno degli edifici più antichi della zona. Reca sull’ingresso uno stemma in piperno di fattura cinquecentesca: un angelo con cartiglio vola su un elmo piumato che sormonta uno scudo ovoidale. Lo scudo bipartito orizzontalmente da una fascia, presenta due stelle nella parte superiore ed una stella nella parte inferiore. Dovrebbe essere lo stemma di Giulio Miradois, magistrato della città di Napoli. Da un abitante, l’edificio è indicato come la casa del Conte Miradois. L’edificio fa angolo con vico Miradois, nel qual è visibile un vano d’ingresso tompagnato. Questo vano d’accesso dovrebbe introdurre ad una cavità.

Vico Miradois 4
Una notizia, riproposta in due interviste, riferisce di un camminamento sotterraneo tra questa proprietà e la Torre Palasciana in Salita Moiariello.

Salita Miradois 46
Esiste una cavità, affittata in uso deposito. Si tratterebbe di un ambiente che presenta diversi tompagnamenti.

Salita Miradois 48
Esiste una cavità presumibilmente dall’estensione uguale al perimetro dell’edificio. Forse una cisterna.

Salita Miradois 39
Istituto Sant’Antonio – Ordine Francescano di Sant’Antonio. Antico convento di clausura, l’ordine delle francescane vi è subentrato nel 1938. Escludendo la cripta di fattura settecentesca non sussisterebbero altre cavità. Pure è difficile immaginare queste strutture senza neanche una cisterna.

Salita Moiariello 42\45\39
Sotto questi due edifici si trova un’importante cavità. L’accesso situato nel sottoscala del 45 è stato tompagnato, nello scantinato del 42 c’è un pozzo libero dal quale si è scesi e si è trovato che dal giardino retrostante il civico 45, da una canna di pozzo che dava sulla scala del ricovero, sono stati sversati una notevole quantità di detriti che hanno completamente occluso l’accesso che ha consentito il censimento ed il rilevamento della cavità.

Salita Moiariello 29
Esiste un piano cantinato. Un condomino riferisce che il vano di una canna di pozzo è stato recentemente pavimentato per uso bagno. Dal finestrino del bagno s’intravede il piano cantinato. Complessivamente sembra una situazione interessante per i possibili sviluppi.

 

CONCLUSIONI

La conclusione di quest’indagine, partita da Piazza Cavour fino a Salita Moiariello, seguendo un percorso sequenziale, per quanto possibile, il più aderente alla “Linea dei Due Musei” ha portato ad acclarare che più ci si allontana dal tempo in cui il sottosuolo veniva utilizzato, più si perde la memoria dello stesso. Del pari, i segni materiali d’indicazione (accessi, discenderie, bocche di pozzo, canne di pozzo od altro) si cancellano alla stessa velocità. In quest’indagine un’altra cosa appare difficile da comprendere: come antiche ed articolate strutture edilizie, oggi, sembrino, a dire dei residenti, prive finanche di cisterne. Infine un’avvertenza: gli asterischi a capoverso degli indirizzi segnalano l’importanza della notizia, almeno per quanto si è potuto valutare al primo impatto I risultati di queste indagini preliminari, eseguite dal Centro Speleologico Meridionale, nelle persone di Michele Buonaiuto, Sirio Salvi, Anna Virgili e del Presidente Ing. Clemente Esposito, sono stati, da questi, consegnati all’Ufficio Difesa del Suolo.

 

Per il Centro Speleologico Meridionale
Il Presidente
Ing. Clemente Esposito

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