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"Ascolta me, piuttosto, mio signore: ti cedo il campo con la caverna che vi si trova, in presenza dei figli del mio popolo te la cedo: seppelisci il tuo morto” (Genesi, 23, 11)

"In età posteriore a quella di Demo (la sibilla cumana, n.d.r.) visse presso gli Ebrei abitanti sopra la Palestina una donna dotata di capacità profetiche e il suo nome era Sabbe. Dicono che Sabbe avesse come padre Beroso e come madre Erimante; alcuni però la chiamano Sibilla Babilonese, altri Egizia” (Pausania, X, XII, 9)

L'archeologo Amedeo Maiuri aveva un sogno: ritrovare il famoso antro della Sibilla cumana, l'orrido speco da cui la famosa profetessa invasata dal dio vaticinava. Un sogno ma anche un'ossessione, un avvolgente labirinto in cui è inevitabile perdersi. La sua esistenza si dava per scontata, troppe le tracce lasciate nella letteratura antica, eppure nonostante le tante indicazioni identificare il luogo esatto non era facile. Dove poteva essere? Maiuri non aveva dubbi, l'antro doveva aprirsi sul Monte di Cuma. E così riuscì ad ottenere dal ministro fascista Pietro Fedele “il primo adeguato stanziamento di fondi per l'inizio dell'esplorazione della Grotta della Sibilla a Cuma”1. Il governo di Mussolini era ben consapevole della valenza politica che poteva avere il ritrovamento di quello che era considerato uno dei maggiori simboli della “stirpe italica e greca”. Correva l'anno 1925. Altre campagne di scavo si succedettero tra il 1926 e il 1930. Maiuri non trovò il famoso antro ma riportò alla luce una ciclopica galleria romana che attraversava da est ad ovest l'intero colle cumano. L'archeologo non si arrese e nel 1932 dissotterrò nei pressi di quella che fu denominata Crypta Romana un'altra grandiosa galleria, a sezione trapeizodale, in cui volle riconoscere la sede sibillina.

Ritorniamo tra le oscure latebre della nostra crypta. A quanto sembra questo fu un camminamento militare realizzato intorno al I sec. a.C. per collegare la parte bassa della città al mare.E' lunga 292,5 m. e presenta lungo il percorso tagli di cava e crolli. Nel tempo ha subito diversi rifacimenti e nel III sec. d.C. fu destinata, in seguito ad alcuni crolli, ad area funeraria (così come testimoniano i loculi scavati nel tufo in prossimità dello sbocco orientale ed alcuni simboli graffiti sulle pareti interne). Fu riaperta dai Bizantini nel VI sec. (come fanno notare gli archeologi Paolo Caputo e Gianfranco De Rossi a suggello dei lavori dell'epoca furono incise nella galleria alcune croci “con chiaro intento dedicatorio”). Ma il suo destino era segnato, per questioni di sicurezza i vani di accesso e i pozzi di luce furono chiusi e il progressivo interro ne fece perdere le tracce per secoli.

Il periodo dell'utilizzo funerario della crypta generalmente è posto tra il IV e il VI secolo. I loculi rinvenuti lungo le pareti ad est (in tutto circa 21) sono spoliati e puliti, privi di arredo ed erano probabilmente chiusi da lastre. Caputo e De Rossi segnalano in un loro studio2 un fatto curioso: Maiuri dimentica di relazionare su quelle sepolture e mancano descrizioni sullo stato del loro rinvenimento negli archivi della Soprintendenza. Un saggio di scavo eseguito nel 1994 presso il vestibolo ha riportato alla luce tre anfore riutilizzate come sepolture per infanti, erano sigillate dall'erezione di un pilastro bizantino. Una in particolare (datata al V sec.) presenta sulla spalla un graffito: sembra rappresentare una palma o piuttosto, come riportano Caputo e De Rossi, una menorah (foto 1, immagine tratta dal catalogo generale del Museo archeologico dei Campi Flegrei, vol. 1, 2008). Gli archeologi pongono un altro quesito: presumibilmente l'uso funerario della parte occidentale non doveva essere limitato solo a queste tre sepolture ed è probabile che Maiuri avesse incontrato altre tombe durante il suo scavo. Ma analizziamo quel simbolo graffito sull'anfora. Come detto, Caputo e De Rossi sembrano riconoscere una menorah, uno dei simboli più antichi della religione ebraica utilizzato anche in ambito funerario. Questa però non ha sette bracci ma nove, un dettaglio che ha portato qualcuno a identificarlo come un ramo di palma rapportandolo ai graffiti (una corona e un ramo di palma, foto 2) presenti nella crypta all'altezza delle grandi cisterne e riconosciuti come simboli paleocristiani. Ma Hanukkyoth (candelabri ebraici a nove bracci) sono normalmente raffigurati nelle catacombe ebraiche. Così come rami di palma e corone.

Durante una recente visita alla Crypta Romana (da poco tempo riaperta al pubblico) abbiamo notato altri due graffiti (a quanto ci risulta inediti) posti a circa cinque metri di altezza sulle pareti della prima apertura meridionale che si incontra provenendo dall'accesso est: sembrano due menorah a sette bracci poste una di fronte all'altra. Le si nota tra le scalpellature nel tufo (foto 3, 4, 5, 6), nei pressi di alcuni tagli orizzontali simili ad incassi dove termina la fila di grappiate (piccoli incavi utilizzati dai cavamonti per salire e scendere lungo le pareti).

Siamo sicuri che le sepolture presenti nella crypta siano paleocristiane? E se fossimo in presenza di una catacomba ebraica? La cosiddetta “basilica rupestre” con i suoi simboli graffiti era parte di quel complesso funerario? Non dimentichiamo che nei Campi Flegrei vivevano diverse comunità ebraiche. Questo spiegherebbe il poco rispetto che quelle sepolture ebbero durante la ristrutturazione bizantina. Possiamo dire risolta la questione sibillina che ci pone la Cohortatio XXXVII, 3 dello Pseudo-Giustino (IV sec. circa) sull'origine babilonese della Sibilla cumana?

A quanto sembra grazie a cospicui fondi del governo fascista fu riportata alla luce una Sibilla ebrea...e forse in quella lunga notte qualcuno rise.

Selene Salvi

1 A. Maiuri, Cuma. Primi saggi di esplorazione nell'Antro della Sibilla a Cuma (luglio-dicembre 1925), in Notizie degli Scavi di Antichità 1926, p. 85

2 P. Caputo - Gianfranco De Rossi, “Rioccupazione cristiana” di edifici pubblici e infrastrutture a Cuma: lo scavo della Crypta Romana, in La cristianizzazione in Italia tra Tardoantico ed altomedioevo, atti del IX congresso nazionale di archeologia cristiana, vol.I, 2004

Click sulle immagini per ingrandire

 
foto 1 di G. De Rossi


foto 2 di F. De Marinis


foto 3 di F. De Marinis (parete est cava)


foto 4 di F. De Marinis (parete ovest cava)


foto 5 di F. De Marinis (dettaglio parete est)


foto 6 di F. De Marinis (dettaglio parete ovest)

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