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Campo Braca

La storia infinita

Capitolo uno

La copertina è di Larry Ray e Jeff Matthews

Questa è la storia della nostra personale esplorazione della Grotta di Campo Braca. Il post originale risale a circa quindici anni fa (intorno all'anno 2000) ed è stato più volte aggiornato con nuovi capitoli. Nei prossimi giorni proverò a raccontarvi delle ultime uscite in compagnia di nuovi amici.
Buona lettura.

Capitolo uno

Campo Braca; tutto cominciò una decina di anni fa quando due vecchi amici, appassionati di trekking e passeggiate nella natura, mi raccontarono di una grotta sul Matese che avevano trovato durante una loro escursione di qualche anno prima. A quei tempi io mi interessavo esclusivamente di cavità artificiali, attività che svolgevo da diversi anni nel sottosuolo napoletano che è ricchissimo di antiche cave sotterranee, acquedotti abbandonati e vecchi ricoveri antiaerei della II guerra mondiale.
Avevo anche visto qualche piccola grotta naturale ma le mie esperienze nelle cavità carsiche erano limitate ad alcune grotte in prossimità del mare nelle aree di Palinuro e Sapri, praticamente orizzontali e di scarso sviluppo. Le prime esperienze, se così si possono definire, le avevo fatte durante i periodi di vacanza in solitaria e senza nessuna attrezzatura specifica. Queste condizioni, non certo ideali, mi avevano consigliato a non spingermi oltre. Ma la curiosità restava alta.
Così quando seppi di questa grotta e della disponibilità ad organizzare una passeggiata in montagna con puntatina speleologica non me lo feci ripetere due volte.
Dopo qualche giorno, con famiglie al seguito (tanto doveva essere solo una bella scampagnata), organizzammo l’escursione.
Secondo i ricordi dei miei amici l’ingresso della grotta si apriva in una vallata di cui, visto il tempo trascorso dalla prima e ultima volta che c’erano stati, non erano certi di ricordarne sicuramente nemmeno il nome, “Campo Rotondo” o “Campo Braca”, e l’accesso era costituito da un facile pendio che dolcemente degradava sottoterra. L’antro si sarebbe poi sviluppato in orizzontale fino a raggiungere un lago sotterraneo.
La cosa aveva scarsa importanza perché, in fondo, doveva essere solo la scusa per una giornata nella natura. Una vocina mi aveva suggerito di portarmi gli imbrachi, un paio di corde e alcune scalette d’acciaio: non si sa mai cosa si trova!
E così partimmo di buon ora in una bella domenica di primavera. Tre auto con le rispettive famigliole s’inerpicarono su per la montagna lungo i tornanti che conducono al lago Matese.
Le prime difficoltà iniziarono proprio lì. Nessuno ricordava con certezza la strada da prendere così, tra “…un forse è quella” e un “…no certamente è quell’altra”, ci ritrovammo sul bordo di un ampio pianoro, circondato dai monti, con mucche al pascolo, pastori e cani al seguito. Chiedemmo un paio d’informazioni e fu così che scoprimmo che eravamo arrivati a “Campo Braca”.
Lo spettacolo era da favola: nella bruma del mattino la catena dei monti del Matese faceva da cornice ad un enorme prato e lì al centro un antico fontanile, con pompa a mano, era la stazione di servizio dove i quadrupedi potevano fare il pieno a inizio e fine giornata.
Non essendo sicuri di niente, e quanto meno che quella fosse la valle giusta, decidemmo di aprirci a ventaglio per coprire il massimo del territorio possibile. La ricerca di quel fantomatico ingresso che assumeva, sempre più, le caratteristiche di una saga celtica… ci mancava solo che spuntasse mago Merlino!
Le donne, e non solo (qualche “sfrantummato” con la scusa che bisognava proteggere i più deboli si era aggregato alla compagine più indifesa, manco stessimo nel Mato Grosso!), con la ciurma dei ragazzini si occuparono di setacciare il pianoro centrale mentre gli ardimentosi si spingevano lungo i dolci pendii alla base della naturale muraglia che incorniciava l’area.
Fu da questo gruppo che dopo qualche tempo si levò la voce.
“Hoeee…hoeee! Trovatolo! Salite per quel sentiero!”
Fu come a Pamplona: una carica di assatanati risalì il crinale e ci volle non poco per stopparli prima che finissero… dentro un enorme buco! E si perché, a differenza di quanto affermato da quelli che l’avevano già visitata, nessun lieve pendio che dolcemente s’insinua nella terra ci avrebbe condotto nelle viscere della montagna ma un’orrida voragine, vagamente ad imbuto, larga tre o quattro metri e profonda chissà quanto, si parava tra noi e l’avventura.
“Ma la grotta non è questa!” Furono le prime parole che le nostre improvvisate guide proferirono a tal vista. A questo punto la cosa non assumeva alcuna rilevanza, anzi, la sorpresa sortì in me l’effetto contrario. Avevamo trovato una grotta, c’era un bell’abisso nero e nessuno sapeva altro. Quale migliore modo d’iniziare la giornata?
Finalmente potevo, per la prima volta, utilizzare le mie attrezzature in un buco che non aveva origini umane. Era eccitante, quasi meglio di un incontro amoroso… va be’, forse ora sto esagerando, però ormai non stavo più nei panni.
Le corde c’erano, gli imbrachi pure, le scalette per gli altri le avevo portate… non ci fermava più nessuno.
Trovai un grosso masso su cui assicurare la corda, un rimando ad un vicino albero, un nodo di sicurezza sul capo opposto della cima e la matassa volò nel buio. Subito dopo una seconda corda ancorata ad un altro masso affiancò la prima, ci avrei applicato lo shunt. Due corde sono sempre meglio di una e mi faceva sentire più sicuro, del resto quella della doppia corda era la tecnica che usavamo con le artificiali. Seguirono le scalette, ne montai tre sezioni da dieci metri. Non avevo la più pallida idea di quando fosse fondo ma sperai fossero sufficienti, del resto l’eco di rimbalzo del solito sasso tirato dall’alto faceva presagire almeno un ripiano a una ventina di metri, poi si sarebbe visto…
La discesa sulla corda, con il senno di poi, non era delle più ortodosse. Nei pozzi delle artificiali è un problema che non si presenta mai, quando scendi la corda a cui sei assicurato non urta mai da nessuna parte, il pozzo può essere profondo anche settanta metri, ma è sempre perfettamente verticale e le funi o restano addossate alla parete o non la toccano assolutamente per l’intera discesa. Qui la situazione era diversa. Dopo i primi sei o sette metri di parete inclinata (vi ricordate che vi avevo parlato di un imbuto?) la pendenza cambiava bruscamente prima mettendosi in verticale e successivamente con un’inclinazione speculare a quella sovrastante. Nella realtà era come scendere in una clessidra. Questi cambi d’inclinazione obbligavano la corda a strusciare sulla parete in alcuni punti e la cosa proprio non era bella da vedere ma, come si dice, “o bere o affogare”, a quel punto non sarei tornato indietro nemmeno se fosse sceso il Padreterno a dirmi che quella cosa proprio non andava fatta. Sarà stata la corda nuova, sarà stata la grotta che ha subito cominciato a volermi bene, sarà stata solo fortuna e se ora ve la racconto significa che mi è andata bene.
Oltrepassata la strettoia (per modo di dire), dai quattro metri iniziali il punto più stretto passava a due metri, uno sguardo verso il basso prima e alle mie spalle dopo mise in luce una grossa stanza con alla base una ripida conoide di detriti che si perdeva nel buio. Il fondo era a circa dieci metri, la forma pressoché sferica, l’ambiente non mi parve per niente ostile. Giù senza pensarci oltre! Una decina di secondi e i miei piedi cercarono l’equilibrio sul franoso ed incerto pavimento.
Prima di liberarmi dalla corda con un potente faro cercai di rendermi conto della situazione e, una volta certo che non ci fosse il pericolo di scivolare più in basso, sganciai prima il discensore e, in sequenza, lo shunt dalla seconda corda.

(Continua)...

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