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Campo Braca

La storia infinita

Capitolo due

La copertina è di Larry Ray e Jeff Matthews

Ero dentro. La mia prima vera grotta naturale e fatta senza l’accompagnamento di nessuno che potesse indicarmi i suoi misteri! Non so se riesco a spiegarmi: se volessi fare un paragone, ma i ricordi non sono proprio nitidi, anzi a dire il vero non mi ricordo proprio, la sensazione dovrebbe essere molto simile a quando un bambino, conquistando la posizione eretta, muove i primi incerti passi ed è cosciente (inconsciamente) che un nuovo mondo si apre al suo cospetto.
Uno sguardo più attento, aiutato dagli occhi che si stavano abituando all’oscurità circostante, mi presentò un passaggio che sul fondo accennava ad una prosecuzione. Dovetti reprimermi non poco, meglio aspettare qualcun’altro, d’ora in avanti la cosa si faceva sempre più misteriosa e… non si sa mai.
A gran voce comunicai a quelli sopra che la grotta proseguiva e di calare i sacchi con le altre corde, scalette e chiodi. Dopo qualche decina di minuti tutto il materiale era alla base della prima stanza seguito prima da Nando e successivamente da Enrico, i due fratelli che mi avevano dato questa opportunità.
Il loro abbigliamento, ma tanto ormai si è capito che quel primo giorno eravamo peggio dell’Armata Brancaleone, non era proprio da speleo incalliti. Uno dei due aveva addirittura i sandali ai piedi ed un bermuda come pantalone (alla fine della prima giornata uscì come Santo Lazzaro, aveva una tale quantità di lividi e graffi che sembrava avesse intrapreso una disputa con un gatto inferocito).
In tre, raccolti i sacchi, ci calammo nello stretto e franoso meandro che, serpeggiando, s’inabissava verso il basso. Ci impiegammo non più di cinque minuti e, tra una capocciata (i miei due compagni erano anche senza casco) e un’imprecazione, raggiungemmo un terrazzino che, con un salto di sette-otto metri, dava accesso ad una seconda sala dove si vedeva, dall’alto, un corso d’acqua che lentamente si perdeva in un anfratto.
Cercammo un idoneo ancoraggio; ci venne in aiuto un anello naturale che proprio sull’orlo del salto si era formato nella parete. Una fettuccia, un moschettone per bloccarla e subito una scaletta fu srotolata. Pochi minuti e avevamo raggiunto quello che per gli anni successivi restò il nostro livello di conoscenza della grotta. Alla base, proprio accanto alla fenditura dove spariva l’acqua, un cunicolo fangoso ci invitava a proseguire.
Il cunicolo prima basso ma ampio in un secondo tratto diveniva molto alto ma abbastanza stretto da costringerci a estenuanti contorsioni e complicate manovre per trascinarci dietro i sacchi, risultò alla fine superabile e, dopo una stretta curva a destra e lo scavalcamento di un grosso masso, si aprì in una stanza il cui pavimento scivoloso era completamente ricoperto da uno spesso strato di fango.
L’ambiente non ampio, ma molto alto, improvvisamente s’abbassava sul fondo e, dopo un ulteriore passaggio in leggera pendenza, ci ritrovammo sulle sponde di un piccolo ma profondo laghetto sotterraneo.
Per quel giorno la nostra avventura finiva là. Non eravamo attrezzati per andare oltre e, momentaneamente, ci sentivamo paghi per l’avventura vissuta.
E’ comunque opportuno precisare che sin dalla prima volta nella grotta trovammo gli inequivocabili segni di precedenti esplorazioni: spezzoni di corde, nomi scritti con il fango sui muri, montagnelle di carburo esausto ci informavano che certamente non eravamo stati i primi ma poco c’importava. Non avendo alcuna informazione per noi era come esplorare una grotta vergine.
Ritornammo sui nostri passi, recuperammo tutto il materiale e, un’oretta più tardi, rivedemmo la luce del sole.
L’esperienza era stata entusiasmante. Forse, anzi certamente, non eravamo stati un esempio di prudenza, ma l’avventura è l’avventura e noi l’avevamo raccolta e vissuta a piene mani. Già durante il viaggio di ritorno in auto la sera, mentre cercavo di fare ordine nei miei pensieri su quello che avevo visto e sulle possibilità di andare oltre, la mia mente era impegnata all’organizzazione della successiva esplorazione.
Da quel giorno Campo Braca ha segnato la mia vita. Ho visto altre grotte ma quella è rimasta comunque un posto speciale, di anni ne sono passati ma “lei” prendendo confidenza con me, pian piano si è sempre più aperta svelandomi lentamente ma con costanza mille e più segreti.
Per il momento finisce qui ma, e questo lo avrete già capito, è solo la prima puntata di una lunga storia che mi trascinerà nel fondo e, allo stesso tempo, mi aprirà nuovi a orizzonti.

(Continua)...

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