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Campo Braca

La storia infinita

Capitolo tre

La copertina è di Larry Ray e Jeff Matthews

Negli anni successivi, e oserei dire ancora oggi, le nostre visite alla grotta si sono succedute senza una cadenza preordinata e con nessuna intenzione di affrontare con maggiore impegno l’esplorazione della grotta. Erano gli anni in cui Napoli Underground ancora non esisteva né come sito né come gruppo e la compagnia dei giovani, si fa per dire, esploratori variava costantemente.
I gruppi si formavano talvolta esigui altre più numerosi ma lo spirito che animava quelle uscite restava relegato ad una pura e semplice azione ludica. Ormai i villici, sempre presi dal loro lavoro di custodia degli armenti, cominciarono a familiarizzare con i nostri volti e, sempre con maggiore frequenza, s’intrattenevano con noi discorrendo sulla vita della valle, ma appena la confidenza cominciava a prendere il sopravvento trovarono il coraggio di domandare cosa mai ci fosse di tanto interessante da spingere questa mandria di cittadini nelle viscere della montagna. Per loro, abituati ad indirizzare le loro azioni esclusivamente nella quotidianità del lavoro del pascolo, pareva inconcepibile rischiare, affaticarsi e spender soldi e tempo solamente per il puro divertimento di farlo. Attraverso i loro racconti avemmo la conferma che la grotta, almeno in passato, era stata frequentata da altri gruppi, che c’era anche un secondo ingresso (aperto artificialmente o forse solamente allargato in occasione di una ripresa cinematografica (?) fatta alcuni anno or sono) e che era parecchio tempo che nessuno la frequentava.
Certo non dovevamo dare l’idea di una equipe particolarmente professionale: le nostre attrezzature erano abbastanza arrangiate, il gruppo variegato ed incostante era spesso composto da scalcinati elementi a volte con figli al seguito e, a volte, cani al guinzaglio.
In questo periodo proprio per il fatto che il variegato gruppo era composto da persone che solo occasionalmente, o addirittura mai più, avrebbero affrontato una tale situazione non era individualmente dotato di attrezzature idonee all’attività speleologica. Solamente un paio di noi, quelli che a Napoli praticavano speleologia urbana, era in possesso di un sacco personale (con imbrachi, maniglie, discensori ecc.) mentre tutti gli altri spiccavano per le loro attrezzature estemporanee (caschi da moto o da cantiere, impianti illuminanti di vario tipo e genere, abbigliamento indefinibile). Con una tale organizzazione la sola discesa nel pozzo d’ingresso, che per la stragrande maggioranza avveniva grazie all’uso di scalette di acciaio, diveniva un’impresa mastodontica che assorbiva moltissimo tempo e questo fattore, unito al fatto che la partenza della mattina (da Napoli) avveniva sempre con molto comodo, (quello classico degli scampagnaioli) comportava che quando finalmente l’ultimo aveva posato i piedi sul pietrame della prima sala era già l’una passata.
A questo punto era necessario organizzare la mandria, assicurarsi che nessuno, colto da irrefrenabile fregola, s’avventurasse in una estemporanea fuga in avanti, e quindi iniziare la visita.
Il secondo salto, benché meno profondo e anche per l’esiguità dello spazio, costava una nuova oretta tra armo, calate in sicura e spiegazioni di come affrontarlo.
Il meandro fangoso con la saletta terminale diventava una nuova avventura ma in questa occasione eravamo noi (quelli che già c’erano stati) a creare l’inghippo. Quasi alla fine del cunicolo, prima che svoltando a destra e superando un masso sbucasse in un alto ambiente, sulla destra e a terra un basso passaggio alto circa 30/40 cm, inondato di fango, per circa 7/8 metri proseguiva diritto per, poi, svoltare repentinamente a sinistra e, finalmente, sbucare nella sala. Era il nostro goliardico battesimo per i neofiti. Li facevamo infilare tutti nel cunicolo, gli davamo le indicazioni e quando l’ultimo era entrato, facevamo i restanti pochi metri del cunicolo principale, scavalcavamo il masso e ci piazzavamo, al buio, d’avanti all’uscita. Dovevi trattenere le risate nel sentire le imprecazioni provenienti dal buco: “Che schifo tutto questo fango.” – “Ma quando finisce?” – “Muoviti o levati d’avanti che voglio uscire.” Non vi dico le risate quando, alla fine del percorso, usciti infangati come dei maiali che hanno appena finito di grufolare, si ritrovavano lì, ai nostri piedi, che li guardavamo con infinita “cazzimma”.
Tutto questo faceva parte del gioco perché, comunque, di gioco si trattava. La nostra visita finiva sulla sponda del laghetto sotterraneo anche se un paio di volte i più “arditi” di noi si erano spinti su per un condotto inclinato che, proprio sulla sponda del laghetto, saliva verso l’alto.Quel passaggio aveva attratto la nostra attenzione anche perché da lì pendeva una vecchia corda ad indicarci precedenti e misteriose esplorazioni.
Per chi ci veniva la prima volta l’avventura si dimostrava appagante ma per quelli che come me l’avevano già vissuta diverse volte, quell’insuperabile piccolo bacino d’acqua cominciava a dare sui nervi. Dovevamo trovare una maniera di andare avanti e quella in alto sembrava proprio la strada giusta.
Tutte queste uscite, anche se limitate alla prima parte della grotta, ci stavano, piano piano, facendo acquisire una sempre maggiore familiarità con l’ambiente ipogeo naturale. La nostra esperienza maturava lentamente ma inesorabilmente.
Fu alla fine di una torrida estate (settembre se ricordo bene) che durante una visita avemmo la piacevolissima sorpresa di trovare il “maledetto laghetto” completamente asciutto, non un solo filo d’acqua ci impediva il passaggio. Non eravamo preparati ma tanta grazia di Dio non si poteva ignorare. Anche quella volta il gruppo era composto da diverse persone tra le quali anche il figlio (10 anni) di uno dei nostri amici. Ci fiondammo nella galleria e, per la prima volta, i nostri occhi poterono ammirare quello che per anni ci era stato precluso. Percorremmo il letto asciutto di un fiume per qualche centinaio di metri, le pareti erano completamente concrezionate, drappeggi calcidici, stalattiti e stalagmiti, vaschette che sembravano delle acquasantiere fecero la felicità dei nostri occhi. Dopo uno stretto passaggio in una zona di fango eroso, ai nostri lati due muri di argilla dello spessore di parecchi metri e un basso condotto, sbucammo in una grossa sala ostruita: due grossi massi, venuti giù dalla volta, impedivano il passaggio! Demmo uno sguardo all’orologio, dovevamo tornare, alcuni dei nostri amici erano alla prima uscita speleologica e c’erano un paio di salti da risalire e il pozzo d’ingresso e volevamo essere fuori prima di sera. Prima di tornare sui nostri passi decisi di andare a dare uno sguardo oltre l’ostruzione giusto per capire se la grotta continuasse. Una breve arrampicata e mi ritrovai al di là dei massi. Una grossa sala, il pavimento ricoperto da piccoli blocchi indicava un antico crollo. La sensazione era che ci fosse dell’altro e che doveva essere sotto i miei piedi. Ad un tratto un buco si apriva nel pavimento con un salto ma non riuscivo a valutarne l’altezza, una pietra al suo interno e l’eco di un rotolare lontano mi fece intuire la strada. Continuava!
Dovetti fare uno sforzo sovrumano dicendomi: “Per oggi basta così!”.
Ripercorremmo a ritroso il percorso, cercai di osservare con attenzione tutto quello che la foga dell’andata mi aveva nascosto. In alto sulle pareti laterali si notavano delle corde (doveva essere la strada obbligata quando c’era l’acqua), sulla parete destra, uscendo, quasi all’altezza del laghetto, un cunicolo s’inoltrava nel buio (anni dopo avrei scoperto che si trattava dell’inizio delle “Condotte infinite”), una corda che pendendo si perdeva nel buio della volta lontana mi fece erroneamente pensare ad un ulteriore ingresso. Risalimmo la sponda del laghetto, ripercorremmo lo stretto meandro fangoso e, dopo aver superato il secondo salto ed il pozzo d’ingresso, uscimmo al tramonto. Era stata una fantastica giornata. Ma le nuove scoperte, la consapevolezza che la grotta andava avanti, sarebbero diventati il chiodo fisso dei successivi anni.
Tornammo ancora diverse volte ma senza più ritrovare quella situazione. L’acqua era ricomparsa a sbarrarci la strada e se volevo andare avanti lo avrei dovuto fare con una compagnia più esperta. Per il momento mi dovevo accontentare di quello che avevo visto e dell’esperienza che andava maturando. Queste sono avventure da gustare a piccole dosi e da intraprendere quando ci si sente pronti. Solo così si può limitare al massimo l’insito pericolo che la speleologia porta inevitabilmente con sé.

(Continua)...

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