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Campo Braca

La storia infinita

Capitolo sei

La copertina è di Larry Ray e Jeff Matthews

Fu così che un bel mattino di primavera c’incamminammo verso la nostra meta. Imboccammo il pozzo d’ingresso, scivolammo giù per il primo pietroso meandro, superammo velocemente il secondo salto (questa volta sfruttando il piccolo pozzo seminascosto sotto la parete destra che avevo notato la volta precedente), strisciammo nel secondo meandro e giungemmo al laghetto.
Mollati i sacchi più pesanti c’infilammo nel buco della bassa volta (quello da dove usciva uno spezzone di corda) e, tra una scivolata e un’imprecazione, avemmo ragione sul condotto inclinato. Dopo un’ultima arrampicata di qualche metro giungemmo in una saletta. Centinaia di stalattiti pendevano dal soffitto facendo da contrappeso ad altrettante stalagmiti che tormentavano il pavimento. Colate calcitiche drappeggiavano le pareti e, sul fondo, come in un vecchio teatro, una specie di balconcino s’affacciava su un buio abisso.
Sporgendosi si notava una vecchia corda. Quella era la via!
Sia la posizione dell’armo (troppo basso) sia la sua evidente vetustà, ci fecero decidere di armare il salto con una delle nostre corde. Ci spostammo di qualche metro e una colata calcarea, prima dolcemente, poi con un brusco aumento della pendenza portava nello stesso ambiente (la prova era data dai fasci luminosi che proiettati dal “balconcino” brillavano anche attraverso il secondo accesso).
Pochi minuti di ricerca…dovevano esserci! Prima uno poi un altro, due spit comparvero come per incanto sulla parete sinistra. Erano in ottime condizioni. Sul più basso l’armo, sul secondo il rinvio e giù dove non eravamo mai stati prima.
Non ricordo chi scese per primo, ma la voce dal basso, persa nel buio, che urlò “Continua!” giunse alle nostre orecchie come lo squillo di tromba che suona la carica. Pochi minuti e fummo tutti giù.
La discesa avveniva lungo una stranissima stalattite sormontata dalla colata calcitica, quella che avevamo notato nella stanza superiore, che formava una sorta di gigantesco fungo.
Si atterrava su un piccolo ripiano e, proprio di fronte, una parete, già armata, risaliva di 8/9 metri.
Fu Zool che, forte del recente corso di roccia, la volle affrontare per primo. Pochi minuti di risalita, un breve ma insidioso traverso e via in un nuovo condotto posto alla stessa quota della stanza da cui eravamo scesi. Lo mandammo in avanscoperta: “Vedi se continua!”.
La sua luce prima si affievolì per poi sparire per qualche minuto. Un debole chiarore che rapidamente aumentò d’intensità c’indicò che stava tornando. La notizia era quella che speravamo: il condotto continuava e si allargava in una stanza dove due stretti buchi, semingombri di pietre, si buttavano verso il basso.
In pochi minuti guadagnai la parete, passai il traverso e, mentre la stessa strada era affrontata da Ipogeo sotto l’occhio vigile di Zool, andai a dare uno sguardo a quello che ci era stato raccontato.
Raggiunsi la stanza, vidi i due buchi, non avevano l’aria del massimo della comodità ma si poteva passare. Decisi di tornare dagli altri. Fu proprio in quel momento che lo vidi. Zool aveva visto la “pagliuzza” ma non aveva notato la “trave”. Un grosso passaggio verso l’alto, seminascosto da stalattiti e su alcune di esse…impronte fangose di mani! Quella era la strada!
Ci soffermammo a fotografare un pipistrello che beatamente dormiva in un anfratto; era in un letargo così profondo da consentirci una serie di scatti in macro fatti a pochissimi centimetri di distanza senza che né i nostri movimenti né i flash sparatigli addosso lo smuovessero minimamente dalla sua condizione.
Lasciammo la bestiolina e, riposte le macchine fotografiche nei sacchi, c’incamminammo per la nuova via appena scoperta. La risalita fu agevolata da innumerevoli stalagmiti che consentivano una facile presa, percorremmo un corridoio e sbucammo in una nuova stanza.
L’ambiente, molto alto e parecchio concrezionato, terminava con un ennesimo salto e sul bordo due distinte opportunità conducevano su strade opposte. Eravamo ad un bivio. Sulla destra una lunga serie di traversi si perdevano nel buio, sulla sinistra una discesa portava alla base di un’altissima fenditura; anche da questa parte era evidente la continuazione.
Pochi minuti di consulto e decidemmo per i traversi sulla destra. Il primo a partire fu Ipogeo, appena liberi i primi settori del traverso Zool lo seguì a ruota. Io mi stavo attardando a sistemare le cose che avremmo lasciato e quelle che ci saremmo portati dietro quando chiedendo come stesse andando (erano spariti dalla mia vista voltando a sinistra) mi sentii rispondere che la situazione era molto precaria. Sia le corde (sfilacciate in più punti) sia lo stato di spit e moschettoni (notevolmente corrosi) li indusse a valutare se fosse saggio o meno continuare per quella strada. Non era cosa! Il rischio che avrebbe ceduto uno degli appigli era troppo alto. In quelle condizioni non si poteva procedere.
Il traverso era sospeso sulla parete di destra di uno stretto canyon sul cui fondo si vedeva il riflesso dell’acqua. Eravamo tornati molto più avanti sul maledettissimo corso d’acqua che aveva deciso proprio di non farci passare. Era inutile affollare il traverso, aspettai che Zool e Ipogeo riemergessero dal buio. Quando finalmente qualche minuto più tardi rividi i bagliori delle loro lampade, mi sentii più sollevato.
A questo punto non ci rimaneva altra strada che la discesa lungo la parete sinistra. La affrontammo senza problemi e poco dopo eravamo alla base di uno stretto ed altissimo cunicolo il cui fondo, nel primo tratto, era ricoperto da una molle fanghiglia che si avvinghiava tenacemente ai nostri piedi rendendo difficoltoso il movimento. Ma non era tutto! Dopo qualche decina di metri il fango cominciò ad essere sostituito da sempre più profonde pozze d’acqua gelida. Proseguimmo fin dove fu possibile avanzare poggiando i piedi sui precari appigli delle pareti. Arrivammo ad un punto dove…come si dice: "bere o affogare"; bisognava entrare in acqua. Ci provammo ma la temperatura prossima allo zero ci fece cambiare idea. Eravamo paghi, avevamo esplorato un nuovo bellissimo pezzo di quella grotta e ci saremo tornati attrezzati per superare i nuovi ostacoli. Per la cronaca, il primo tratto del cunicolo percorso è quello denominato “Le condotte infinite” il cui nome è già da sé tutto un programma.

(Continua)...

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