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Campo Braca

La storia infinita

Capitolo sette

La copertina è di Larry Ray e Jeff Matthews

Allora…finalmente siamo arrivati all’ultima puntata di questa storia. Dove eravamo rimasti? Ah…si…ora ricordo: ”Le Condotte Infinite”.
Dopo l’ultima escursione di luglio eravamo certi che alla successiva occasione ci saremmo dedicati all’esplorazione di quella serie di cunicoli e meandri di cui avevamo visto solo l’inizio ma, come si dice, tra il dire e il fare c’è di mezzo il…”mare” e anche in questo caso l’acqua, elemento che tutto plasma (anche le nostre avventure), ci avrebbe riservato una sorpresa.
Questa volta la nostra esplorazione si è avvalsa della sapiente esperienza degli Speleonauti romani, un gruppo di amici conosciuto qualche mese prima durante la visita all’acquedotto del Formello.

Devo purtroppo precisare che a causa di improrogabili impegni di Ipogeo, quel giorno il nostro team era ridotto. Solo Zool e il sottoscritto si accompagnarono ai tre Speleonauti. E’ opportuno aggiungere che il nostro amico Ipogeo, credendo che l’escursione prendesse la solita piega delle precedenti, non si impegnò più di tanto a riorganizzare le sue cose e mal gliene incolse!
Allora…giunti nella tarda mattinata all’imbocco della grotta, armato il pozzo d’ingresso, tutti s’imbucarono rapidamente nell’antro che, come al solito, ci accolse con quel senso di materna protezione che solo una cavità nota sa provocare in tutti gli speleo.
Guadagnammo rapidamente il secondo salto e, meraviglia delle meraviglie (a dire il vero un sentore lo avevo già avuto nella vallata, il fontanile dove normalmente facevamo scorta d’acqua era completamente a secco), il primo punto dove s’incontrava il placido torrentello era simile ad una riarsa pietraia del deserto. Mi si cominciarono a rizzare i peli sulla pelle: vuoi vedere che il laghetto non c’è più?
Il secondo meandro e la successiva saletta fangosa furono fatti in due rapidi balzi, la frenesia mi aveva preso e ritornavo con la mente a quando, anni orsono ma con una compagnia non troppo professionale, avevo avuto la fortuna di non trovare l’ostacolo dell’acqua che mi consentì, in una sola botta, di guadagnare almeno 300/400 metri di conoscenza senza nessuna fatica.
La visione fu entusiasmante, del laghetto nemmeno l’ombra come se fosse stato risucchiato nelle viscere della montagna. Una sottile e scivolosa fanghiglia ci accompagnò sulla ripida riva sino al letto dello scomparso invaso. Rapidamente recuperammo Zool e PadreGherardo che si erano attardati a fotografare alcune concrezioni ed io, ergendomi a “cicerone” raccontando di quando avevo già vissuto la simile esperienza, feci sfoggio di tutte le mie conoscenze: “se ci fosse stata l’acqua saremmo passati da lì… poi ci saremmo dovuti fare quella discesa…ecco l’ingresso alle “Condotte Infinite”…da questo punto ci sarebbero stati i traversi…ecco la sala dei crolli…dietro quei due grossi massi c’è un ambiente che ho appena avuto il tempo guardare e ricordo di aver avuto la netta sensazione, anche senza essere riuscito a trovarlo, che ci dovesse essere una prosecuzione…”.
Il passaggio saltò rapidamente fuori. Prima uno stretto buco nel pavimento poi un più comodo piano inclinato ci aprì la giornata a quella che sarebbe stata l’avventura più esaltante della mia vita. Non fu tanto per le difficoltà, che comunque non mancarono, ma il rapido e continuo succedersi di ambienti, uno più spettacolare dell’altro, il continuo avvicendarsi di pozzi e risalite intervallati da traversi mozzafiato su abissi di cui non si vedeva il fondo ci portarono sempre più giù nel cuore della montagna.
La grotta diventava, mano mano che avanzavamo, sempre più tecnica ma tutte le difficoltà furono superate (sia le discese sia le risalite erano spesso frazionate obbligandoci a continue manovre per cambiare corda).


Il pendolo (click sull'immagine per ingrandire)

Non andavamo di fretta, il nostro cammino era spesso interrotto da brevi pause per immortalare fotograficamente qualche particolare passaggio o concrezione e c’è da dire che le occasioni abbondavano. Sapevo che la grotta di Campo Braca era veramente bella ma non immaginavo tanto: candidi drappeggi, fantasmagoriche colate, spettacolari stalattiti…eravamo circondati dalla potente fantasia della natura.
Non ricordo quante ore ci mettemmo, il tempo non aveva più importanza ora era la curiosità dell’esplorazione che comandava i nostri movimenti, ma giunti sull’ultimo salto (una bella discesa in parete di oltre venti metri) il rumore dell’acqua ci fece capire che eravamo quasi arrivati all’altezza del sifone terminale.
La discesa seguita da un’insidiosissima parete formata da lame di calcare ci condusse ad un limpido laghetto sotterraneo e, di lì, cinque successivi invasi, a quote sempre più basse, confluivano l’acqua in una pozza che è indicata come il sifone terminale della grotta.

Avevamo raggiunto il fondo. Ci fermammo per un po’ di foto ricordo, una meritata pausa pranzo…o forse è meglio dire cena e subito indietro sulla via del ritorno, ci aspettavano almento 5-6 ore di duri saliscendi.
A questo punto potremmo dire che la nostra avventura a Campo Braca finisce ma non è così. Tutto una serie di motivi ci obbligano ad un ritorno; Ipogeo che da quel giorno ci odia a morte e se non posa le suole delle sue scarpe in fondo alla nostra grotta ci odierà per il resto dei nostri giorni; lì sul fondo abbiamo trovato una serie di passaggi e successivi ambienti, non riportati sul rilievo, che promettono bene; poi ci sono ancora le benedette “Condotte Infinite” dove ancora il nostro sguardo non è giunto. Mi sa che i pastori della valle ci vedranno ancora molte volte inerpicarci su per la collina e infilarci in quel fantastico buco continuando a chiedersi: “Ma cosa ci troveranno di così interessante là sotto? Come sono strani questi cittadini…”.
Allora…per il momento questa è la fine della nostra storia e se avete avuto la pazienza di leggerla tutta avrete certamente notato una lenta ma progressiva crescita nei nostri comportamenti. Dai primi incerti passi alle esaltanti esplorazioni dei tempi recenti e tutto questo ha, come promesso nella prima puntata, una sua morale.
La speleologia è una delle ultime avventure che è possibile vivere in questo ormai vecchio e conosciuto mondo e ci sono diversi modi per approcciarla: dal classico corso presso una delle blasonate associazioni speleologiche (e forse è quello più indicato) oppure, ed è la strada che ci è piaciuto percorrere, farsi piano piano le ossa da soli affrontando le difficoltà con modestia e pazienza, senza mai strafare, consapevoli dei nostri limiti e coscienti che la passione e la perseveranza hanno quasi sempre ragione delle impervie dei luoghi.
Insomma Speleo si diventa in diversi modi e nessuno può essere considerato migliore di altri.

(Continua?)... ma certo che continua! Abbiate pazienza per favore.

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