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Campo Braca

La storia infinita

Capitolo otto

La copertina è di Larry Ray e Jeff Matthews

The Times They Are A Changin'

N.d.a. Riprendo a scrivere nuovi capitoli di questa storia dopo che sono trascorsi alcuni anni e, dato che il pensiero evolve (meno male), alcune mie affermazioni potrebbero sembrare in disaccordo con quanto precedentemente scritto ma... il tempo passa e anche la mia mente cambia.

I tempi sono cambiati sì, ma non nella maniera che profetizzava Bob Dylan con la sua canzone del '64. Viviamo in un mondo dove tutto è codificato e quasi più niente si evolve affidandosi al caso e così anche la speleologia, da sempre considerata la quintessenza delle attività avventurose, sembra seguire la stessa sorte. Oggi per fregiarsi dell'appellativo di speleologo devi aver seguito almeno un paio di “corsi base” e tre o quattro approfondimenti specialistici poi, sempre se ti attacchi ad uno dei “carri” che percorrono le odierne strade del potere costituito, potrai definirti speleologo. In alternativa sei e rimarrai per sempre un “grottarolo”, termine dispregiativo coniato proprio dai moderni “sapienti” per definire tutti coloro che si muovono “fuori da coro”. Sarà stato l'imprinting del ribelle, sarà stato il mio carattere molto simile a quello che doveva avere “l'orso delle caverne”, senza nemmeno accorgermene, guarda caso, mi sono ritrovato con orgoglio nella categoria dei paria del mondo sotterraneo: i grottaroli.

Persi lungo la strada gli “amici” di un tempo, che hanno preferito la più comoda e blasonata speleologia ufficiale, mi sono nuovamente ritrovato solo con l'età che avanza presentando il conto con i primi acciacchi. E così un nuovo bivio mi si parava d'avanti: potevo decidere di “tirare i remi in barca” e magari scrivere le mie memorie crogiolandomi nei ricordi del passato o rimettermi nuovamente in gioco cercando di inoculare in qualche “sprovveduto giovane” il seme della ribellione, il solo che avrebbe tenuto in vita la gloriosa stirpe dei grottaroli.

Il primo a capitarmi sotto è stato InGeo (giovane ingegnere ambientale) che aveva mosso i suoi primi passi da cavernicolo sempre con noi nel sottosuolo partenopeo. Le necessarie conoscenze sull'uso delle attrezzature speleo e sulla progressione in corda gli erano state trasmesse nei cunicoli e nei pozzi della cavità di Clemente Esposito quando era ancora lui a gestire il “Museo del Sottosuolo” e in quella grotta si praticavano attività consone alla storia legata a quegli ambienti. Così, dopo alcune uscite sulle alture del circondario tese a saggiare la sua predisposizione al sacrificio in ambiente naturale, arrivò anche per lui il momento del “battesimo” in una grotta carsica. Dove praticare questo ulteriore rito d'iniziazione? Ovvio! Campo Braca era sempre là, ma non fu così semplice... ci dovemmo tornare due volte.

La prima, una fredda giornata d'inverno, si produsse in un completo fallimento. Giunti in auto sul posto (alcune avvisaglie ci erano già arrivate risalendo gli stretti tornati che conducono alla cima) fummo accolti da uno scenario surreale: la valle di Campo Braca era scomparsa e al suo posto, come in una gigantesca coppa colma di latte, un fittissimo banco di nebbia celava il pianoro, il fontanile e le colline circostanti sulle quali si apre la grotta. Fu così che, memore di una precedente simile occasione quando uscendo da una delle tante esplorazioni sotterranee ci ritrovammo immersi in una nebbia così fitta da impedirci anche l'individuazione della via del ritorno, decisi che non era proprio il caso di rischiare nuovamente di perderci. Rinunciammo. Campo Braca avrebbe mantenuto il suo fascino misterioso ancora per qualche tempo e InGeo si sarebbe ancora accontentato dei miei racconti. Ovviamente non passò molto e, qualche tempo dopo (questa volta in una splendida giornata di sole primaverile), io e l'adepto ci presentammo nuovamente al cospetto di “Nostra Signora delle Grotte – Campo Braca”. La giornata era quella buona. Armammo velocemente il pozzo di “Sparafunno” utilizzando gli “spit” di sempre con una doppia corda così da poter scendere in parallelo (non è che non mi fidassi di InGeo che aveva sempre dimostrato attenzione e serietà ma mi sentivo più tranquillo seguendolo da vicino nella sua prima discesa in un pozzo naturale... non si sa mai.). Tutto filò liscio come l'olio e in un batter d'occhio eravamo sulla china detritica del primo salone. Fissammo le corde (una forse inutile precauzione che ho sempre adottato nel terrore che qualche buontempone di escursionista della domenica trovandosi casualmente a passare e notando le corde perdersi nel buio della terra le recuperasse lasciandoci bloccati lì sotto visto che, a quei tempi, ancora non avevo individuato con certezza le uscite secondarie) e velocemente scivolammo lungo il pietroso meandro che conduce agli ambienti sottostanti. Il secondo pozzetto fu rapidamente armato e anche lui disceso portandoci così alla quota di scorrimento di quel corso d'acqua che, incrociato più volte lungo il percorso, alimenta il laghetto del sifone terminale. Percorremmo il secondo angusto e umido meandro sbucando prima nella “sala del fango” e subito dopo sulle sponde di quel famoso laghetto che per i primi anni si era erto a nostro personalissimo insormontabile ostacolo.

Risalii per primo il pozzetto che conduceva al piano inclinato e da qui alla bellissima “sala cacciatore” che con le sue stalattiti, stalagmiti e drappeggi dà un primo assaggio delle bellezze che da quel punto in poi caratterizzeranno l'intera grotta. InGeo si comportò egregiamente affrontando con determinazione le intrinseche difficoltà del percorso. Per quel giorno poteva bastare. Prima però di tornare sui nostri passi volli verificare un'ipotesi più volte fatta nelle precedenti esplorazioni: dove conduceva quel pozzo sulla cima del “piano inclinato” e laterale a “sala cacciatore”? Mica eravamo passati tante volte accanto alla soluzione dei nostri problemi senza mai accorgercene?

Mi dissi: questo è il momento! Abbiamo fatto presto e posso permettermi questa piccola divagazione! Tirai fuori dal sacco una corda da 20 metri (non conoscevo la profondità del salto), la fissai ad uno spuntone di roccia, feci un nodo di sicurezza sul terminale del lato che avrei lanciato di sotto e, dopo averci agganciato il discensore, mi fiondai verso l'ignoto osservando lo sguardo perplesso di InGeo che spariva in alto (probabilmente si stava chiedendo con apprensione cosa sarebbe successo se io non fossi tornato su). Dieci – quindici metri, non di più, tanto durò la mia discesa. Ero nuovamente alla quota dell'acqua. Una rapida occhiata alla ricerca di un' eventuale prosecuzione (che non trovai) e subito mi fu chiaro che ero atterrato nuovamente sul “maledetto laghetto”, ostacolo di sempre. Ero solamente sulla sponda opposta e il mio fascio di luce illuminava da lontano la spiaggetta che per anni aveva tarpato le nostre ali. Ero in un vicolo cieco. Nessuna prosecuzione che aprisse a nuove avventure. C'eravamo solo io, il buio e il lago.

Risalii rapido, raccogliemmo le attrezzature e giù prima in discesa lungo il piano inclinato e poi in risalita verso la luce.

Anche questa avventura era conclusa e un nuovo “grottarolo” era stato “svezzato”. Il viaggio di ritorno verso casa fu un susseguirsi di domande su come fosse il prosieguo della grotta e su cosa si nascondesse oltre. Il germe della curiosità ne aveva infettato un altro... ma questa è un'altra storia.

(Continua)...

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