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Campo Braca

La storia infinita

Capitolo nove

La copertina è di Larry Ray e Jeff Matthews

 ...avanti un altro!

Gli anni passano, i gruppi si fanno e disfanno, e lei è sempre là.

L'ultima volta che ci eravamo visti (La Grotta di Campo Braca e io) era stato in occasione di quella mia uscita solitaria alla ricerca dei suoi ingressi secondari, esplorazione fruttuosa che oltre a svelarmi nuovi segreti sulla sua genesi carsica, mi aveva anche consentito di accrescere le mie possibilità esplorative svincolandomi dal pozzo “Sparafunno”. A questo punto vi starete chiedendo quale fosse, dopo tanti anni, la necessità di penetrare quel regno sotterraneo accedendovi dalla “porta di servizio” e non, come fatto da sempre, dallo “scalone d'onore”. La risposta è tutta nella prima frase: nell'ultimo periodo ero rimasto un poco a corto di “compagni di avventure” (… a volte, in primavera, i gruppi si sciolgono come neve al primo sole) e stavo cercando di tirar su qualche nuova leva a cui trasmettere l'insana malattia della frequentazione sotterranea.

Da qualche tempo un nuovo amico, sempre conosciuto grazie ai buoni auspici di Napoli Underground, si era aggregato alle nostre uscite: Marbet, giovane paramedico, che nonostante avesse manifestato la sua voglia di sottosuolo sin dalle prime uscite, si era dovuto invece sorbire un duro periodo di addestramento lungo i sentieri e i crinali montuosi della nostra terra.

Poi un giorno, come era giusto che fosse, arrivò il momento di verificare se tutta quella voglia di fango, buio e umidità era sincera e foriera di nuove avventure. Campo Braca sarebbe stato, come sempre, lo scenario di questa nuova puntata ma questa volta avrei evitato che il primo ingresso in una grotta naturale fosse complicato dall'uso delle attrezzature di progressione su corda scavalcando "Sparafunno". No che il ragazzo non fosse capace, gli erano già stati trasmessi tutti i rudimenti della nobile arte di scivolare lungo le corde, ma pensai che le emozioni di una prima discesa dentro la Madre Terra sarebbero state sufficienti e poi... meglio procedere per gradi.

Fu così che in una bella mattinata di fine inverno il pianoro carsico di Campo Braca vide nuovamente sbucare, da quell'ultima curva, la nera sagoma del nostro scalcinato fuoristrada. Certamente fu felice di rivedere quelle antiche conoscenze che, anche se sempre più raramente, continuavano a fargli visita. Condussi Marbet, come avrebbe fatto un vecchio maestro, lungo il sentiero che si snoda per la valle a presentargli, quasi fossero dei vecchi amici, il Fontanile, Sparafunno, l'Inghiottitoio e, dulcis in fundo, il Buco degli Stregoni che questa volta sarebbe stato il nostro tramite per accedere al mondo di sotto.

Devo dire che anche quest'ingresso ha il suo fascino particolare: completamente diverso dai più famosi fratelli maggiori Sparafunno e l'Inghiottitoio ha, nella sua magica porticina, la capacità di farti subito pregustare il sapore dell'avventura. Sembra di essere arrivati nella “Contea” e che dietro a quella piccola lastra di pietra mobile si celi la casa di “Bilbo Baggins” e in effetti così è.

Rimossa la pietra e ricevuta la prima zaffata di aria umida ti chiedi come farai a passare da quel pertugio senza rischiare di restarci incastrato. Ma è solo un'impressione. Infilandosi di piedi, basta una piccola scrollatina quando il tuo bacino ha appena passato la soglia e subito scivoli dentro.


...vai che ci passi

Conoscevo cosa ci fosse subito dopo l'ingresso, lo avevo accuratamente verificato la volta precedente (Capitolo 8 e 1/2), e quindi, anche per aumentare in Marbet la produzione di adrenalina, lo feci entrare per primo raccomandandogli di attendermi subito dopo. Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte e in un batter d'occhio sparì nel buio. Lo seguii a ruota avendo cura di sistemare dietro di me la pietra che chiude l'ingresso. Il buio mi avvolse come sempre. Il nuovo viaggio era appena cominciato. Attraversammo rapidamente muovendoci carponi la piccola e bassa saletta successiva e, dopo alcuni metri, quell'ambiente in discesa che allargandosi ci concedeva un più comodo progredire. Aprivo la strada percorrendo per la prima volta questo meandro che, con salti tra massi crollati e piccoli scivoli fangosi, ci condusse rapidamente fino alla quota dove le acque di “Rifreddo” scorrono ad alimentare il primo laghetto di Campo Braca più volte raccontato nei precedenti capitoli.

Sapevo dove saremmo sbucati ma, in un primo momento, ebbi qualche difficoltà a riconoscere quei luoghi. Ci volle qualche minuto di acclimatamento poi, sempre più rapidamente, tutto cominciò ad essermi familiare e, come in una visione, riconobbi le stalattiti e stalagmiti di sempre, le colate e i drappeggi sulle pareti tra cui “il branco di elefanti”. Ero tornato.

 
Il branco di elefanti

Quella sera, rientrato a casa, così descrissi le emozioni provate:

Nelle grotte il tempo si ferma, vive quei pochi secondi che sono illuminati dal tuo passaggio poi, appena volti l'angolo, tutto torna immobile ad aspettare un nuovo Diogene con le sue ombre. Questa è la sensazione che provo quando, a distanza di anni, mi trovo a ricalcare sale e meandri visitati in passato. Niente è diverso da come l'ho lasciato: le stesse pietre, le medesime concrezioni, le solite corde infangate consumate dal tempo.
La realtà è diversa, lo so, ma a me piace immaginare che il buio, chiudendosi dietro di me, congeli nuovamente questi luoghi preservandoli per futuri sconosciuti esploratori.

Continua...

P.S. Qualche foto di quel giorno: Marbet e il Buco degli Stregoni

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