“O dei, che avete l'impero delle anime, ombre silenti, Caos, Flegetonte, luoghi entro la notte vasta tacenti, mi sia lecito dir cose udite, svelare per vostra potenza il mondo sotto la terra in tenebra fonda sepolto.”
(Eneide VI, vv. 264-67)

Napoli e i suoi dintorni posseggono in negativo un immenso mondo sotterraneo fatto di cave, cunicoli, cisterne, tombe, rifugi ricavati in quella pietra vulcanica facile da lavorare, “leggera” ma resistente, che è il tufo giallo detto appunto "napoletano". Un territorio misterioso, a tratti sconosciuto, che nei secoli ha ispirato schiere di artisti provenienti da tutta Europa.
Nel Settecento ufficialmente nasce, benché esistano tradizioni molto più antiche, quel vedutismo napoletano che tra realtà e fantasia farà del paesaggio partenopeo uno dei soggetti pittorici più affascinanti del “secolo dei lumi”. Una natura vulcanica prorompente in cui rupi di tufo giallo coperte di macchia mediterranea spesso si aprono sul mare in profondi squarci oscuri. E il sottosuolo comincia così a far capolino da tele e fogli divenendo luogo di svago e delizia, ma anche testimonianza di duro lavoro.
Tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento l'immagine della città si distacca progressivamente dalla sua connotazione paesaggistica, l'occhio del pittore abbandona l'opera della Natura per rivolgersi a quella dell'uomo. Vicoli, piazze e monumenti cittadini occupano lo spazio pittorico divenendo testimoni eterni di un territorio che muta velocemente. Il sottosuolo torna ad essere coperto.
Fulvio De Marinis nasce a Napoli nel 1971. Allievo di Augusto Perez all'Accademia di Belle Arti di Napoli studia scultura per poi definitivamente dedicarsi alla sua grande passione: la pittura. Con De Marinis l'occhio dell'artista si ritira ancora di più, abbandona definitivamente la superficie, il “sopra”, e sembra guardare dentro se stesso alla ricerca della propria identità, di radici perdute, di ancestrali desideri e paure, fino a giungere alla visione di ciò che domina l'uomo tanto più agevolmente quanto più l'uomo si crede capace di dominarlo. Il mondo sotterraneo diviene per la prima volta protagonista indiscusso, metafora da svelare per l'artista partenopeo ben consapevole che nella sua terra, così come ricorda Erri De Luca, “il sentimento del sacro è scaturito dal sottosuolo, non è disceso dal cielo, non si è ispirato sulle terrazze di notte contemplando comete, eclissi, costellazioni, ma fiutando il gas dei 'Campi ardenti', 'Flegrei', ascoltando il ringhio della terra scossa, guardando la discesa a fiumi del fuoco viscerale del vulcano”. E così comincia la sua intima e personale nekya, l'avventura in un mondo infero popolato da fantasmi, spiriti, antenati, anime, daimones. Sarà la scarmigliata sibilla Melancrera-Testa Nera uscita dalla casa prigione di pietra a condurlo, per tortuosi passaggi, in un mondo capovolto, attraverso “le strade inesprimibili degli enigmi, dove una traccia facile a distinguersi per un tracciato dritto è guida passo passo nelle tenebre” (Alessandra, vv. 10-13). La tridimensionalità della carne, dei luoghi, è abbandonata per accedere alla visione bidimensionale degli eidola. Si entra nella terra della città-anima di Napoli. Con De Marinis ancora una volta i luoghi sono i reali protagonisti dello spazio pittorico come ne “L'Antro della Sibilla” in cui riconosciamo la singolare galleria scoperta dal Maiuri nel 1932 sul Monte di Cuma, o come ne “La Regina dei Cimmeri” dove le anime “pezzentelle” che popolano numerose il Cimitero delle Fontanelle (un'antica cava di tufo presente nel rione Sanità sede di un immenso ossario) si trasformano in sudditi di quel regno a cui “mai il sole splendente guarda coi raggi, né quando sale verso il cielo stellato, né quando verso la terra ridiscende” (Odissea XI, vv. 16-18). Dalle loro casette votive spiano mute la futura regina, oppure si affacciano furtive in cima alla “Biblioteca” su cumuli di femori ordinati come libri in appositi scaffali. Al centro la statua del Sacro Cuore di Gesù sembra assumere le sembianze di una antica Iside velata mentre la figlia di Demetra, che ha raccolto una melagrana, si volta stupita e preoccupata verso il proprio delatore (è Ascalafo, oppure il pittore di icone, o addirittura l'osservatore stesso?) che potrebbe relegarla per sempre in quella landa nebbiosa svelando l'ultimo dei suoi segreti.
A questo link alcune delle opere di Fulvio De Marinis.
Commenti
I miei complimenti all'autore dei dipinti. Anche questo è un bel modo di interpretare le grotte.
Grazie a tutti voi.
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